Per la comunità dei socialisti democratici e riformisti il primo mese dell’anno, che si apre con la ricorrenza del congresso di Palazzo Barberini, è sempre più un promemoria. Perché il 19 gennaio 2000, ad Hammamet, si spegneva da esule Bettino Craxi, e con lui una idea “adulta” della politica estera italiana ed europea che non scambia l’amicizia con la sudditanza e non baratta i principi con l’applauso del momento. Il modo più onesto per ricordarlo, oggi, è chiedersi dove si annidi, nel nostro tempo, quella stessa prova di carattere che fu Sigonella, sintesi della postura craxiana rispetto al mondo.
Quel braccio di ferro d’allora con gli Stati Uniti rischiò di divenire vera e propria frattura, con un presidente del Consiglio italiano che rivendicava una linea fondata su sovranità e diritto, opponendosi all’ingerenza statunitense nella gestione dei responsabili del dirottamento dell’Achille Lauro. La scena, assurta a simbolo, è il cordone dei carabinieri di fronte ai militari statunitensi: non per antiamericanismo, ma per affermare che l’Italia non è un corridoio, è uno Stato. Oggi la “base” non è in un’isola mediterranea come la Sicilia, è la Groenlandia. E la domanda salta fuori brutale: l’Europa ha ancora il coraggio di dire no, come seppe fare Craxi nel 1985?
Perché la protervia trumpiana è un test di realtà. Non si parla più soltanto di acquisto negoziato, l’opzione militare non è un tabù, mentre la Danimarca a guida socialdemocratica– come l’Unione – viene trattata come se fosse un dettaglio amministrativo. E qui sta il punto: la Groenlandia non è (solo) un’isola. È un passaggio strategico, è Artico, è rotte, è risorse, è deterrenza. Ma soprattutto è un principio: l’inviolabilità politica di quello che è comunque un pezzo d’Europa, l’autonomia decisionale di un alleato, la dignità di un’Unione che si è affermata come “potenza normativa” e adesso viene chiamata ad essere potenza e basta. Non dobbiamo commettere l’errore – noi europei – di raccontarci ancora una volta una favola rassicurante: che la storia sia finita, che l’economia sostituisca la geopolitica, che basti una dichiarazione congiunta per neutralizzare un ricatto. Perché nell’Artico – come a Sigonella – contano i nervi, la coesione, e la capacità di far rispettare i confini del lecito.
È in questo quadro che l’europeismo craxiano smette di essere citazione d’archivio e torna a rappresentare la bussola. Craxi non fu il caricaturale “sovranista” che certa propaganda retroattiva vorrebbe arruolare; al contrario, parlò di Europa come spazio politico e sociale, di integrazione come risposta moderna alle paure e alle disuguaglianze. Un’Europa non ancillare, capace di stare nel mondo con voce propria.
Ecco perché vedere nella Groenlandia una nuova Sigonella è un invito a misurare il livello di maturità dell’Unione. Sigonella fu possibile perché, in un momento di massima pressione, l’Italia seppe ricordare agli alleati che l’amicizia non cancella il diritto. Oggi l’Europa deve ricordare agli Stati Uniti che l’Alleanza Atlantica non può diventare una copertura per l’unilateralismo, e che la sicurezza comune non si costruisce umiliando un partner come la Danimarca o mettendo sotto tutela un territorio autonomo come la Groenlandia. Al di là di certe ironie, il drappello di soldati europei inviato nell’isola artica costituisce un primo passo che però vuole dare un messaggio di “de-escalation” e al contempo di intransigenza.
Se l’Europa accetta l’idea che un confine europeo sia negoziabile “per necessità americana”, domani qualunque demarcazione lo diventa. Non può essere accettato né in Groenlandia, né in Ucraina. Se l’Europa balbetta di fronte alla pressione del più forte, allora non è un soggetto politico: è una periferia benestante. E allora il ricordo di Craxi resta scomodo perché impone di scegliere: o si continua con la liturgia dell’Unione “che conta” solo quando non costa nulla, oppure si prende atto che senza una sovranità europea condivisa ogni principio è carta che si strappa al primo vento del Nord. Per fortuna, sembra che ci si stia muovendo nella seconda direzione, con Trump e Putin furiosi verso un’Europa che vedono di traverso rispetto ai loro interessi.
Sigonella fu una notte italiana di quarant’anni fa; la Groenlandia è la stagione europea di oggi. E il coraggio richiesto è quello della costruzione, della voce unica, della schiena dritta, del no detto non contro qualcuno, ma per qualcosa: per l’idea che l’Europa deve prima di tutto essere sé stessa. Come l’europeista Bettino Craxi aveva immaginato.
