«È un’azione di forza di Trump per dimostrare al mondo la superiorità degli Stati Uniti». Andrew Spannaus, giornalista e autore del podcast “That’s America”, commenta la guerra in Iran. «Il presidente Usa punta al successo personale. Nonostante critiche interne e calo dei consensi».
Perché questa nuova postura di Trump?
«Trump ha cambiato approccio dalla prima amministrazione. Ha deciso che può eliminare i nemici degli Usa uno per uno. L’Iran debole è un’occasione per Washington per dimostrare che può agire come superpotenza dominante e che nessuno altro può contrastarla. Questo è l’atteggiamento di Trump, insieme alla volontà di esercitare un maggiore controllo sui mercati energetici nel mondo. Il che non significa necessariamente prendersi il petrolio iraniano, come nemmeno quello del Venezuela. Bensì poter aprire e chiudere i rubinetti a sua discrezione. E quindi fare pressione su chi ne ha bisogno. Vedi la Cina».
C’è chi dice che gli Usa hanno buttato un fiammifero acceso in un deposito di benzina. È così?
«C’è il rischio di un conflitto molto più ampio di quello che vorrebbe Trump. Mentre Netanyahu aspetta da decenni di dare il colpo di grazia al regime, il primo crede di poter raggiungere lo stesso successo avuto in Venezuela, oppure con una breve campagna di raid aerei. Il Medio Oriente non si adegua a questa logica, però. Il regime iraniano lotta per la sopravvivenza. Piuttosto che piegarsi alla volontà Usa, è disposto a coinvolgere anche altri Paesi».
Come in Venezuela, oppure è un vero regime change?
«A Caracas c’era chi era disposto a lavorare con gli Usa. In Iran, questo è più difficile. Il regime dispone di 200mila uomini della Guardia rivoluzionaria e di una profonda componente ideologica. Per questo, lo stesso Pentagono ha suggerito cautela alla Casa Bianca. Il Venezuela, dove comunque non c’è stato un vero regime change, è un caso del tutto differente».
Quali saranno le ricadute sul consenso interno?
«I sondaggi dicono di scarso consenso. Reuters parla di un 27% a favore, 43% contrario e 30% indeciso. Non deve sorprendere. Trump è un uomo abituato al comando. Per lui, dare il via a una guerra può apparire come una dimostrazione di forza. Un conflitto può distrarre l’attenzione dai problemi domestici. In realtà non gli sarà d’aiuto. Trump ha promesso di non fare altre guerre. Adesso invece non solo ha attaccato sette paesi nel primo anno di amministrazione, ma non ha avanzato neanche una chiara giustificazione. Le motivazioni di questo attacco sono poco convincenti. Quindi non vedo un grande vantaggio per Trump con questa mossa. Salvo che non abbia un colpo di fortuna sul versante operativo. Ma è improbabile».
Con il petrolio a 100 dollari, quali rischi corre Trump? L’inflazione tornerà a salire?
«Trump vuole il petrolio a prezzi bassi. Questo è uno dei fondamentali della sua politica estera. Vuole che gli Stati Uniti abbiano sempre più controllo sui flussi energetici. Per quanto il petrolio a prezzi bassi non vada tanto bene alle major petrolifere Usa. I 50 dollari al barile come vorrebbe Trump sono antieconomici. Per il momento, soprattutto con la chiusura dello stretto di Hormuz, è chiaro che non ci saranno pressioni al ribasso. Anche per questo, Trump non può permettersi un conflitto troppo lungo. Se l’Iran dovesse resistere, il prezzo della benzina in Usa tornerebbe ad aumentare».
Come potrebbe giustificarsi di fronte ai Maga più radicali un’altra guerra del Golfo sul campo?
«Finora c’è stato il tentativo di dipingere gli interventi militari di Trump come più intelligenti di quelli dei neoconservatori. Raid aerei fatti per evitare interventi sul terreno. Però questa guerra marca un cambiamento di passo. In Iran, c’è una chiara richiesta di cambio di regime. Si comincia a parlare di coinvolgimento di Israele, con l’aiuto americano, proprio sul territorio iraniano. Un’operazione fatta per garantire un effettivo cambiamento dentro le istituzioni. Tutto questo sarebbe difficile da giustificare. D’altronde Trump ha già fatto un cambiamento così importante che non sembra troppo preoccupato. In un certo senso, scommette tutto. Sondaggi, pressioni interne e critiche non sono da ignorare, però. Soprattutto per le questioni economiche, il suo modo di gestire il potere politico e andare oltre le regole del diritto e della Costituzione».
Cosa succederà adesso con Putin?
«Putin e Xi sono i primi destinatari del messaggio di Trump. Gli Usa dimostrano di essere la potenza più forte su scala mondiale. E gli altri non possono intervenire per fermarli. Questo non vuol dire che Russia e Cina si piegheranno davanti a qualsiasi volontà Usa. Anzi, prenderanno del tempo per pensare a come reagire e proteggere i propri interessi. Il messaggio di Washington è chiaro: abbandono di ogni pretesa di rispetto di regole e diritto internazionale. Pechino e Mosca ne prendono atto. Ben volentieri, direi. Ciò che conta per loro è la cura dei propri rispettivi interessi. In termini di aree specifiche del mondo, la Cina, e di una ripresa della sfera di influenza in Europa orientale, per la Russia».
