Le crescenti tensioni fra il Ciad ed il Darfur, regione occidentale del Sudan, costituiscono un esempio di quanto siano complessi e altalenanti i rapporti di forza in Africa fra Stati, etnie, clan, milizie combattenti, influenze straniere, e mondo degli affari (in questo caso poco trasparenti)

.La più recente crisi fra i due citati territori confinanti deriva dalla sanguinosa conquista della città di El Fasher, capoluogo del Darfur, il 26 ottobre 2025 ad opera delle milizie sudanesi denominate Rapid Support Forces (RSF) del Generale Hemetti; quest’ultimo è impegnato da quasi tre anni nella cruenta guerra civile contro il Governo di Khartoum, guidato dal Generale Burhan, e contro l’esercito regolare sudanese (SAF). Il conflitto ha finora provocato almeno 150 mila morti ed oltre dieci milioni fra rifugiati e sfollati.

Fino allo scorso dicembre, il Ciad dell’altro Generale Mahamat Deby Itno, divenuto Presidente nel 2024 a seguito di elezioni (dopo un originario pronunciamento militare dell’aprile 2021), era considerato un alleato rilevante di Hemetti e delle sue milizie RSF nella guerra civile sudanese. Dal territorio ciadiano sono passati infatti ingenti rifornimenti di armi, provenienti dagli Emirati Arabi, transitati dalla regione somala del Puntland, e diretti attraverso la Libia orientale ed il Ciad ai miliziani delle Rapid Support Forces, in base ad intese segrete con Abu Dhabi per lo sfruttamento delle miniere d’oro nei territori controllati dal Gen. Hemetti; anche lo sbocco al mare sulla costa africana del Mar Rosso è un primario obiettivo strategico emiratino. Gli EAU sono considerati il principale sostenitore ed alleato dei ribelli sudanesi, e quindi fra i maggiori co-responsabili del terribile conflitto civile e della tragedia umanitaria in Sudan, malgrado le periodiche smentite di facciata della diplomazia degli sceicchi.

La caduta di El Fasher e il suo passaggio sotto il controllo delle RSF furono accompagnate alla fine del 2025 da una serie di gravissime atrocità ai danni della popolazione civile assediata e infine soggiogata, ciò che diede origine ad un’ondata di sdegno della comunità internazionale, fino a quel momento abbastanza indifferente alle tragedie in corso in Darfur e nel resto del Paese. Gli eccessi delle forze di Hemetti hanno causato da allora un esodo di decine di migliaia di sudanesi dell’etnia Zaghawa, sconfitta, proprio verso il Ciad, per ricongiungersi ai membri dello stesso gruppo etnico residenti al di là del confine, in territorio ciadiano. Essi si aggiungono al milione e mezzo circa di rifugiati sudanesi accolti in precedenza dal Governo di N’djamena. Nel quadro dell’inseguimento delle RSF per decimare ulteriormente gli Zaghawa, le milizie ribelli sudanesi hanno a loro volta sconfinato in territorio ciadiano, alla fine di dicembre e nuovamente a metà gennaio, uccidendo una decina di soldati dell’esercito del Ciad, e causando una forte protesta da parte del suo governo, che ha denunciato pubblicamente la violazione della sua sovranità ed integrità statale, e l’uccisione dei suoi soldati da parte dei miliziani delle RSF.

La rottura fra il Ciad e gli ex alleati delle forze di Hemetti rappresenta, se confermata nelle prossime settimane, un elemento non secondario nel “conflitto per procura”, che si svolge senza esclusione di colpi nel territorio sudanese, con il coinvolgimento di vari Paesi fra cui, oltre agli stessi Emirati, Egitto, Libia, Turchia, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Iran, Etiopia ed Eritrea. Al centro vi sono le ricchezze aurifere dell’Africa centro-orientale (cifre pubblicate dallo stesso Ministero del Commercio emiratino mostrano che le importazioni di oro sudanese negli EAU hanno raggiunto nel 2024 quasi 2 miliardi di dollari); i posizionamenti strategici vicino alle coste del Mar Rosso; ma anche la vendita di armi, fra cui specialmente droni e mezzi blindati di fabbricazione turca, cinese, russa e iraniana, e il loro transito clandestino verso entrambi i contendenti sudanesi. Se il Ciad smette di sostenere Hemetti, a tutela del proprio territorio e della propria popolazione Zaghawa, molti dei traffici occulti di armi al Sudan potrebbero bloccarsi o fortemente ridursi, indebolendo il fronte pro-RSF, che conta primariamente su Abu Dhabi, ma anche sul Generale libico Haftar a Bengasi e sul Premier Abiy Ahmed ad Addis Abeba, mentre quello a sostegno del Generale Burhan annovera il Cairo e Ankara, e in misura minore Riyad, Asmara e Teheran.

In tale contesto tutt’altro che semplice, il Presidente Trump ha promesso, dietro richiesta del Principe saudita Mohammed Bin Salman, di occuparsi presto della guerra civile sudanese, per il reperimento di una soluzione che favorisca il ritorno della pace in Sudan, anche se non ci sono anticipazioni sul come perseguirà tale obiettivo. Dietro le predominanti narrative sull’Africa, che delineano un futuro florido di investimenti e opportunità di crescita per il Continente e i suoi abitanti, si nascondono infiniti intrecci politici, interessi economici, e situazioni di fatto per nulla edificanti, spesso del tutto sconosciuti in Occidente, e di cui purtroppo sono soprattutto vittima popolazioni civili innocenti. Forse è bene tenerlo ben presente anche in Europa, ogni volta che risuonano le trombe dell’inarrestabile progresso africano.

Giuseppe Mistretta

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