Più che un amore sfiorito, uno mai nato. Se il cuore non batte, inutile cercare pulsazioni immaginarie. Al pronto soccorso la chiamano linea piatta, in politica ha un nome più stravagante: coerenza involontaria. Il bollettino medico, stavolta, è in presa diretta: nel quarto anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina – e a tre anni dalla sua elezione – Elly Schlein non si è fatta vedere a Kyiv. Non un inciampo di calendario, e neanche un contrattempo diplomatico: una scelta. O, più precisamente, la prosecuzione ostinata di una non-scelta. L’esorcismo è cosa fatta: Giuseppe Conte non è più un alleato obbligato dall’aritmetica elettorale, è diventato un riflesso automatico. Un tic. Un’abitudine mentale. È entrato nei gangli del Nazareno, e ne detta le reazioni pavloviane: stimolo esterno, risposta prevedibile. Nessuno scarto, nessuna sorpresa. E soprattutto nessun azzardo: l’agenda internazionale, d’altra parte, viene scritta in via di Campo Marzio.

E dire che la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, aveva reiterato l’invito anche nel corso dell’ultima direzione: “Elly venga qui a rendersi conto direttamente”. E ora da Odessa, se ne duole: “Esserci avrebbe voluto dire stare accanto agli ucraini che combattono con forza e coraggio contro un sistema oligarchico e cleptocratico”. D’altra parte, per l’eurodeputata campana “non c’è sinistra senza lotta per la libertà”. La segretaria è rimasta insensibile, ma il quadro di insieme è ancora più desolante: in quattro anni nessun altro leader del campo largo si è mai fatto vedere da queste parti. Non il leader del M5S, e figuriamoci i gemelli di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Insomma, tutti uccel di bosco.

Se i partner dell’alleanza hanno da sempre avuto una posizione ambigua, non si può dire la stessa cosa del Pd. Nel 2022, quando Putin avviò l’invasione, Enrico Letta, all’epoca segretario del Pd, convocò a caldo una piazza: “Siamo convintamente dalla parte dell’Ucraina”. Poi, con l’arrivo di Elly Schlein, la musica è cambiata (radicalmente). Se il Nazareno ignora la sostanza, salva almeno la forma. È il responsabile Esteri Peppe Provenzano a ricordare il triste anniversario: “Il tempo trascorso non rende l’aggressore meno aggressore e l’aggredito meno aggredito. Oggi chiediamo pace. Una pace giusta e sicura. È il primo desiderio del popolo ucraino, ed è nostro interesse come europei”. E continua: “Abbiamo sostenuto l’Ucraina in questi anni, dobbiamo continuare a farlo in queste ore drammatiche, sul piano politico e diplomatico”.

Per capire dove tiri il vento, però, bisogna aspettare la dichiarazione dell’avvocato di Volturara Appula, il capo macchina del campo largo:Applicare un doppio standard non è da Movimento 5 Stelle, noi abbiamo condannato l’aggressione di Putin però non siamo stati silenziosi davanti al genocidio”. Un vero e proprio ribaltamento della realtà: “Vedo che la libertà e la democrazia viene invocato soltanto nel conflitto russo ucraino ma quando c’è stato il genocidio molti di quelle persone lì non hanno invocato libertà di autodeterminazione per il popolo palestinese”.

Ha gioco facile Carlo Calenda, che ieri era a Kyiv alla cerimonia a Piazza Maidan: “Mi dispiace che il nostro Paese non ha mandato nessun rappresentante di governo, neanche un sottosegretario agli Esteri. Non c’erano i segretari dei partiti di opposizione che non sono mai venuti qua”. Poi risponde al leader del M5S a muso duro: “Ho sentito quello che ha detto Conte. Mi sembra una cosa un po’ da ‘azzeccagarbugli’ spiegare che no, non si viene a Kyiv perché loro non vogliono essere partigiani tra Kyiv e Gaza”. Risentito anche il senatore della minoranza dem, Filippo Sensi: “Quello che votano quelli della mia coalizione in Europa e quello che hanno detto in Aula oggi alla Camera su Ucraina Avs e 5 Stelle non posso davvero perdonarlo”. Nel voto parlamentare alla Camera, infatti, è nata una strana famiglia: contro il sostegno all’Ucraina si schierano il partito di Conte, quello di Bonelli-Fratoianni, e il nuovo arrivato, Futuro Nazionale.

La nuova creatura del Generale in pensione, Roberto Vannacci, ieri ha annunciato la sua adesione all’Europarlamento al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane. E ha detto la sua anche sul conflitto: la Russia “sta vincendo” la guerra in Ucraina, quindi gli europei, sapendo di non voler “morire” per Kyiv, devono negoziare “un accordo di pace oggi”. Da partigiani per la “pace” a microfoni di Mosca. Insomma, altro che Kyiv: il Nazareno ha altre priorità.