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Ha vinto il No, e fa male più dell’avvento di quella classe politica fatta da “scappati di casa”
C’è da credere che il referendum costituzionale oramai alle spalle continuerà ad essere per alcun tempo una miniera di spunti di riflessione per i suoi contenuti, il suo svolgimento e i suoi esiti. Intanto, sono ancora nitidamente udibili, seppure in rapido allontanamento, le sirene spiegate delle pattuglie di centurioni che tornano in caserma, avendo appena concluso il servizio di protezione e scorta alla Carta Costituzionale (per prestare il quale – ne abbiamo oramai solida consapevolezza – non serve affatto averla letta, figuriamoci capita). E in quest’atmosfera da fine della festa, fatta anche dei cori politicamente sguaiati di chi sa di aver vinto qualcosa, ma ignora ancora di aver perso tanto altro, come i fumi che si alzavano per un poco dai falò estivi delle nostre spiagge di giovani, aleggia, sfocato, il pensiero attorno al quale si è consumata la più cocente sconfitta della politica che io ricordi; persino più cocente dell’avvento di quella classe di scappati di casa che ha retto le sorti del paese nella scorsa legislatura.
Sì, perché lì era un potere (politico) che si autoalimentava del consenso popolare, ma nel proprio campo, in maniera, come dire, costituzionalmente continente. Qui, invece, è un potere (lo stesso) che, pensando di essersi alimentato di un altro – il che sarebbe già distorsione sufficiente – ha invece rotto i propri stessi argini, lasciandosi inondare e anzi inebriandosi al calice di una vittoria che, quasi certamente, da solo non avrebbe capitalizzato. Intestarsi la vittoria però – ed è questa la riflessione – non solo è illusorio, per una precisa ragione, ma è pure insidioso e stravagante, per almeno altre due.
È illusorio perché, come credo sveleranno le prossime elezioni politiche, la trasversalità di un No da quasi quindici milioni di voti dissimula, sotto l’unità di intenti, la vera ragione della scelta: la paura conservatrice che governa il sentire comune di questo Paese che va accettata con democratica serenità. Ed è, si diceva, insidioso e stravagante. Insidioso, perché, come la storia insegna, il potere a cui si è affidata la custodia dei confini cammina sulle gambe delle migliaia di donne e uomini onesti che ne fanno parte, ma non sfugge affatto alla regola tutta umana della corporazione che pone sé stessa nel settore giusto della storia, quello dei migliori, e il resto del mondo nell’altro, popolato, a tutto concedere, da ingenui idealisti.
Stravagante, perché questa operazione di conservazione dello status quo è stata condotta con la pretesa di restare, appunto, sotto l’ombrello nientemeno che della Costituzione, alimentando cioè l’idea che, sostenere la riforma significasse a quella Costituzione contrapporsi. La modifica costituzionale, approntata secondo il rigido schema della Carta, avrebbe insomma, nelle parole di chi la ha proficuamente avversata, violato nientemeno che lo spirito della stessa Costituzione, ad essa attentando mediante l’intervento su ben sette articoli!
Che gli articoli fossero solo due, gli altri essendo interessati soltanto da aggiustamenti meramente linguistici, poco è importato. Ma, due o sette che fossero, la parte più divertente della storia è che la fazione politica che ha partecipato all’odierno accorato salvataggio è la stessa che non avvertì nemmeno un poco un analogo impulso quando, per dirne una, nel 1993, come lo sbarrista del parcheggio di un qualsiasi ospedale pubblico, non esitò un secondo ad aprire a comando il varco determinando l’accesso, a furor di popolo, di un fiume giudiziario in piena, mediante la rimozione dell’immunità parlamentare disegnata, questa volta sì, dall’art. 68 della Carta a protezione della separazione dei poteri che oggi si è agitata sbrigativamente; ed è la stessa che, in tempi ancora più recenti, ha segato bellamente il ramo su cui era seduta, dimezzando all’unanimità i ranghi del Parlamento – e conseguentemente congestionando il peso specifico degli eletti – per andar dietro al più becero dei populismi e immemore di aver respinto pochi anni prima un’analoga riforma costituzionale.
Il manto con cui si è preteso di coprire larga parte dell’ostracismo alla riforma appena bocciata, in fondo, è tutto qui, e disvela due cose precise: che, al di là delle convinzioni oneste, che certamente hanno animato in parte il fronte del No, ve ne sono alcune che la storia politica di questo Paese dimostra essere state artefatte alla bisogna; che per la seconda volta (almeno) il tentativo di proteggere la Costituzione più bella del mondo, non solo è provenuto da chi di questa protezione si è fatto interprete altalenante, ma soprattutto rischia di condurre ad una alterazione stabile quell’equilibrio tra i poteri che, invece, nella Carta trovano il baluardo più sicuro e che, per dirla con Massimo Bordin (che ci manca da togliere il fiato in un contesto così), ci fanno ricordare di avere forse il passaporto scaduto. Non resta che aspettare i prossimi eventi: può darsi ci sia da sbellicarsi dalle risate o, per i più british, da comprare i popcorn.
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