“Ho vissuto sette mesi in carcere da innocente”. Quella testimonianza dell’ex sindaco Callipo da leggere prima di votare al referendum

“Ho vissuto un incubo. Sette mesi in carcere da innocente e una carriera politica distrutta. Ho resistito grazie alla mia famiglia e all’affetto della mia comunità che non mi ha mai lasciato, nella consapevolezza che le accuse che mi muovevano fossero assolutamente infondate”.

A poche settimane dal referendum sulla separazione della Carriere, bisognerebbe ascoltarle e riascoltarle certe testimonianze, come questa di Gianluca Callipo, ex sindaco di Pizzo (Vibo Valentia), la cui disavventura giudiziaria ebbe inizio il 19 dicembre 2019, quando i carabinieri, nell’ambito dell’inchiesta Rinascita-Scott della Dda di Catanzaro, allora guidata da Nicola Gratteri, si presentarono a casa sua per ammanettarlo. L’accusa era di quelle che non lasciano scampo: concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio aggravato.

Insieme a Callipo vennero coinvolti l’assessore all’Urbanistica del Comune, la dirigente del settore Urbanistica e il comandante della polizia municipale. Saranno tutti assolti. In mezzo, le dimissioni dell’allora sindaco e lo scioglimento del Comune di Pizzo per infiltrazioni mafiose a due mesi di distanza dall’arresto, “senza nemmeno attendere l’insediamento della Commissione d’accesso antimafia, dunque sulla sola base degli atti del pm”, spiega Callipo. Al momento dell’arresto Callipo aveva 37 anni, presiedeva l’Anci Calabria ed era in procinto di candidarsi al Consiglio regionale della Calabria. Niente di tutto ciò rimase in piedi un minuto dopo l’arresto.

Secondo gli inquirenti, nella sua qualità di sindaco, Callipo avrebbe “concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento, alla conservazione ed alla realizzazione degli scopi” della cosca “operante sul territorio della provincia di Vibo Valentia e su altre zone del territorio calabrese, nazionale ed estero”. Per la Dda, l’allora sindaco avrebbe favorito “personaggi intranei o vicini al sodalizio”, garantendo, “in caso di necessità, il suo appoggio all’organizzazione” e “omettendo i dovuti controlli sulle attività di interesse del sodalizio”. Accuse devastanti che alla fine del dibattimento indussero i pm a chiedere una condanna a 18 anni. A un passo dall’abisso, però, i giudici del Tribunale di Vibo Valentia si resero conto che le prove non reggevano, e il 20 novembre del 2023 assolsero Callipo e gli altri imputati della compagine politico-amministrativa. Secondo i giudici “la valutazione rigorosa degli elementi indicati” non consente “di raggiungere nei confronti di Callipo, in relazione al delitto di concorso esterno in associazione mafiosa”.

Assolto dopo 7 mesi dietro le sbarre che per Callipo si erano aperte tre anni e mezzo prima, il 16 luglio del 2020, quando la Corte di Cassazione aveva annullato senza rinvio l’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame di Catanzaro, 6 mesi prima, rigettò la richiesta di scarcerazione. Nel corso del processo di secondo grado, la procura rinunciò all’appello nei confronti di Callipo e degli altri imputati del Comune. L’assoluzione è divenuta definitiva. Ma a che prezzo?