In Medio Oriente il “Board of Peace” è una realtà
I bastian contrari a Trump e Meloni non possono dettare la nostra politica estera
La maturità di un popolo non è solo il riflesso di un governo, ma dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – trasparire da tutte quelle forze politiche che concorrono alla vita del paese e che aspirano a governarlo. Maturità vuol dire calarsi nel tempo in cui si vive, abbandonare i toni, le battaglie e le puerili visioni della gioventù “rivoluzionaria”, per assumere una postura degna di una grande nazione. Perché la grandezza di un popolo non è un fattore di volume demografico e neppure geografico, ma di capacità di essere protagonisti del proprio tempo, di andare oltre paure e freni inibitori anch’essi di natura storica, e di cogliere quelle opportunità che le trasformazioni che stiamo vivendo ci pongono dinanzi e che fino a pochi anni fa potevamo iscrivere unicamente alla lista dei sogni.
Eppure la storia fa questo, rende le chimere di ieri, opportunità, e in un certo qual modo ciò può essere considerato un tocco benigno della sorte. Una politica limitata vede in ciò che accade intorno a noi, un dramma, nell’evaporazione degli equilibri passati un pericolo, e nelle sfide globali che si stanno generando una minaccia. Al contrario una politica accorta e lungimirante, consapevole di ogni risvolto e soppesate tutte le variabili e il relativo divenire, intravede in tutto ciò il verificarsi di un’opportunità storica senza precedenti, non priva di rischi certo, ma una nazione che aspiri ad una posizione di rilievo non può non assumersi dei rischi.
Alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi in tanti capirono che le nostre storiche relazioni con gli Usa avrebbero – in caso di vittoria di Trump – potuto ingranare una marcia nuova, ben al di là dei livelli raggiunti precedentemente. Alcuni non l’intuirono per pura negazione ideologica, altri per spirito di contraddizione o per un appiattimento ad una visione dell’Italia superata da tempo. Nei fatti il nuovo ruolo, frutto dei meriti della politica estera condotta dal 2022 e voluta con decisione dalla premier, ha prodotto i suoi risultati e ha posto l’Italia in un rapporto ipotizzabile in precedenza solo per la Gran Bretagna. E le differenze storiche e di relazione diplomatica sussistenti tra la ex madrepatria e Washington ci fanno ben intuire il potenziale di quanto avvenuto.
In Europa grazie ai terremoti elettorali e alla crisi politica che ne è derivata la Francia ha perso il suo ruolo e prima del 2027 difficilmente riuscirà ad invertire la rotta, rendendo vana la prosecuzione del duopolio franco-tedesco. La debolezza – tuttora vigente – anche in Germania ha prodotto più di qualche ripensamento sul rapporto con la Francia, aprendo ad un nuovo patto con l’Italia, benedetto da Washington e rassicurante per gli equilibri di Bruxelles. Italia e Germania non rappresentano una minaccia per l’Europa ma un’occasione per superare limiti e follie ideologiche che hanno danneggiato due economie fortemente interconnesse tra loro. L’Italia ha una grande occasione nel mediterraneo, ma serve anche qui coraggio. Il “Piano Mattei” è un progetto cruciale, ma anch’esso in divenire, e da ampliare, e non può essere ostacolato con argomenti di una grettezza disarmante come avvenuto spesso in parlamento dove qualcuno dagli scranni dell’opposizione ha parlato addirittura di “neocolonialismo”.
Si tratta dello strumento necessario per riportare l’Italia a riconquistare il suo ruolo in quei paesi che hanno sempre fatto parte della nostra storica zona d’influenza. Ma rappresenta anche l’opportunità di costruire nuovi rapporti e nuove relazioni, per esempio con la ex “Françafrique”, altrimenti destinata a cadere definitivamente nelle tenaglie non certo umanitarie di Russia e Cina. Significa anche frenare l’espansione Turca che è una minaccia diretta all’interesse nazionale italiano, un dossier delicato per che Ankara fa parte della Nato, ma che non può essere più sottovalutato. In Medio Oriente il “Board of Peace” è una realtà, farne parte è una necessità, non solo alla luce dei limiti dell’Onu, ma in considerazione degli attori presenti. Oggi più che mai guardare ad oriente significa sedere a quel tavolo e chi non lo comprende è ancora oggi politicamente immaturo.
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