I depositari della memoria del Pci e le accuse di tradimento a chi ha abbandonato il nido

1992 Leonilde Iotti, detta Nilde (Reggio nell'Emilia, 10 aprile 1920 – Poli, 4 dicembre 1999), è stata una politica italiana Nella foto: Nilde Iotti

Caro Claudio,
un po’ di tempo fa ho letto un bell’articolo di Paola Concia che attaccava le degenerazioni del femminismo e di tutte quelle teorie sballate che vorrebbero cancellare i maschi e le femmine a favore di circonlocuzioni assurde. Purché non si nominino i sessi. Naturalmente contro Paola si sono scatenate le dure e pure accusandola di “tradimento”. Un’accusa che torna continuamente e che appartiene al codice genetico di un certo movimento comunista. Loro non lo sanno, ma viene da lì e si è trasmesso come una peste. Parliamoci chiaro, questa cultura, la cultura della purezza contrapposta a quella dell’abbandono della retta via, è appartenuta prima di tutto al movimento comunista nelle sue differenti sfaccettature.

La cultura per la quale non gli avversari – quelli stavano al loro posto al servizio del capitalismo – ma quelli che erano teoricamente dalla parte “giusta”, ma non erano “comunisti” – intendendo ciascuno quel movimento a modo suo e secondo la sua propria dottrina – erano invece i traditori del movimento operaio. Socialisti, socialdemocratici, gente che aveva cambiato idea. Kautsky, un gigante del pensiero socialista, era spesso appellato preceduto dall’aggettivo “rinnegato”: il rinnegato Kautsky. Rinnegati erano quelli che uscirono dal PCI dopo i fatti ungheresi del ’56, rinnegati gli intellettuali critici (i famosi pidocchi sulla criniera del cavallo di razza bollati da Togliatti), rinnegato chi non riconosceva il ruolo dell’Unione Sovietica.

Bisogna per la verità dire che nel PCI prevaleva un atteggiamento generalmente molto più tollerante e realistico in politica. Berlinguer propose il compromesso storico, le aperture erano innegabili, ma il fastidio era proprio per coloro che mettevano in discussione la supremazia del PCI. E potevano essere perdonati solo quando ne riconoscevano la preminenza. Ugualmente lo stesso PCI ha pagato pegno a questi atteggiamenti, sottoposto all’accusa di “revisionismo”, sostanzialmente per avere abbandonato la retta via della rivoluzione proletaria a favore della via italiana al socialismo, con l’accettazione della democrazia “borghese” e del pluralismo politico. E per il tentato distacco dalla casa madre, l’Unione Sovietica della rivoluzione d’ottobre.

Per questi estremisti del pensiero, eredi a loro insaputa delle guerre teologiche e di religione che hanno diviso e insanguinato l’Europa, non esiste la possibilità di cambiare idea osservando la realtà o riconoscendo i propri errori, ma solo una manichea divisione del mondo. O stai di qua o sta di là, e il dubbio si trasforma in complicità con il nemico. Abbiamo visto questo atteggiamento rivivere in movimenti nati con intenzioni quasi universalistiche, e trasformatisi in sette chiuse e dotate di un proprio linguaggio che li distingue dal resto del mondo. Il movimento femminista, quello pacifista, persino quello ambientalista. Ultimo esempio, solo in ordine di tempo, il movimento pro-Pal recitante slogan che sconfinano inevitabilmente con l’antisemitismo e la vicinanza alle ragioni del terrorismo. Accusando tutti gli altri di stare dalla parte sbagliata.

In un bel libro di Petruccioli e Macaluso (Comunisti a modo nostro) di qualche anno fa, il primo arriva ad un certo punto al cuore della questione, quando ricorda l’atteggiamento di Natta nei confronti della svolta. Un Natta, uomo mite e ragionevole, che rivendica il suo essere “comunista” rispetto alla scelta riformista e socialdemocratica, quasi come un certificato d’origine indelebile, che lo fa diverso e originale. Così fanno in molti. Usano parole – comunista, femminista, ambientalista ecc. – che spesso rinunciano a interpretare il mondo, ma servono a definire un’identità e dei confini all’ interno dei quali sentirsi compiaciuti e sicuri.

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Caro Chicco,
a proposito di questa “maledizione del tradimento”, mi torna in mente il ricordo di una serata – sarà stata nel 2011 o giù di lì – al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Si celebrava la nascita della Fondazione Nilde Iotti, con tanto di cena di sottoscrizione: un evento pieno di quella solennità un po’ ecclesiastica tipica del nostro ambiente. Mentre stavo andando a versare un cospicuo obolo alla cassa – era con me proprio la nostra meravigliosa Paola Concia – mi capita di incrociare Pier Luigi Bersani, all’epoca segretario del PD nel pieno dei suoi poteri. Lui mi squadra con una faccia un po’ livida, scura, e con un tono tra il sorpreso e l’infastidito mi fa: “E tu che ci fai qui? Tu che c’entri?”.

Io mi trattengo dal rispondergli per le rime perché – malgrado la mia vocazione iconoclasta – conservavo e conservo ancora adesso quel rispetto per le gerarchie che ci hanno insegnato da giovani. E mi immergo nella serata, abbracciando con antico affetto tante compagne e compagni. Ma quell’atteggiamento sprezzante e protervo dell’allora segretario del Pd lo ricordo ancora. In quella sua postura c’era un’idea proprietaria della memoria. Nilde Iotti era loro. La storia era loro. Come se la memoria di una figura di primo piano non solo del Partito ma della storia della Repubblica potesse essere celebrata solo dai fedeli, dai custodi dell’ortodossia, e non da chi, come me (o come Paola), aveva osato prendere altre strade o semplicemente pensare con la propria testa. Io ero lì – peraltro invitato, e il mio contributo “concreto” per la serata non lo avevano certo rifiutato – ed ero stato carne viva di quella storia più di tanti parvenu e burocrati. Di certo non mi sarei fatto espellere da nessun funzionario ottuso, in quanto “traditore”.

Peraltro i poveri di spirito che usavano e continuano a usare la parola “traditore” per bollare quelli come noi, forse non sanno neppure che la risposta a quella loro pretesa di purezza è scritta proprio nella parola che usano per condannarci. C’è un paradosso illuminante nascosto nella radice della parola tradimento, che deriva dal latino tradere, il cui significato è semplicemente “consegnare”, “trasmettere”. È una radice meravigliosamente ambivalente, perché è la stessa identica da cui nasce la parola tradizione. Vedi l’ironia della storia? Da un lato c’è la tradizione, che è la consegna dei valori da una generazione all’altra; dall’altro c’è il tradimento, che è la consegna di qualcuno o qualcosa a un destino diverso, la rottura di un patto statico.

Il problema dei nostri vecchi compagni è che hanno scelto di idolatrare la tradizione intesa come immobilità del dogma, demonizzando chiunque provasse a “consegnare” quel pensiero al futuro. Per non dire poi che in quella stessa radice vive anche un’altra parola chiave: Traduttore. E tu sai che c’è il vecchio adagio “traduttore, traditore”. Cosa vera, perché chi traduce un testo in una lingua nuova deve per forza “tradirne” la lettera per salvarne il senso. Se traduci parola per parola, uccidi il significato. Ecco, loro, i custodi del Tempio, non hanno mai voluto “tradurre” valori, simboli, luoghi comuni del passato, nel linguaggio della modernità per paura di tradirlo.

Risultato? Hanno conservato le parole morte (le ceneri) e perso il significato vivo. Noi “traditori”, invece, cercavamo semplicemente di rendere certi codici leggibili per l’oggi. Dovremmo sbattere in faccia a questi sacerdoti della purezza che l’intera nostra cultura – evangelica o classica che sia – si fonda su questo meccanismo. Nel Vangelo, Giuda non è solo il traditore morale, ma colui che “consegna” il Cristo, permettendo così che la storia della salvezza si compia. Senza quel tradimento, il Cristianesimo non esisterebbe. Enea, l’uomo della tradizione per eccellenza, si carica il padre Anchise sulle spalle, ma per fondare Roma, per costruire il futuro, deve compiere un atto brutale: tradire Didone, abbandonare il porto sicuro di Cartagine. Se fosse rimasto fedele all’amore e alla stasi, Roma non sarebbe mai nata.

La lezione è chiara: per fondare il nuovo, bisogna avere la forza straziante di staccarsi da ciò che ci rassicura. Bisogna uscire dal porto delle identità per navigare in mare aperto. In fondo, la differenza tra noi e loro sta tutta in una frase folgorante di Gustav Mahler, che chiude il cerchio perfettamente: “La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri”. Bersani e i “puri” hanno passato la vita ad adorare le ceneri – i simboli, i riti vuoti, la Ditta – credendo che quella fosse fedeltà. Chi ha “tradito” lo ha fatto solo per tentare di portare il fuoco altrove, dove serviva, rischiando di bruciarsi le mani ma provando a tenerlo vivo.