I socialisti riuniti nel Comitato Giuliano Vassalli si stanno battendo per la vittoria del Sì nel referendum sulla riforma della giustizia: separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM e istituzione dell’Alta Corte disciplinare. È noto che anche i partiti della maggioranza di governo voteranno per il Sì. Ed è proprio qui che, per alcuni, “casca l’asino”. I sostenitori del Sì vengono accusati di fare un favore alla destra e di spianare la strada al governo. Ma questa rappresentazione è falsa e strumentale. Il Comitato Giuliano Vassalli non conduce una battaglia solitaria né tantomeno subalterna: all’interno del Partito Democratico, così come in altre aree della sinistra, esistono forze politiche e culturali che condividono apertamente le ragioni del Sì. Si è formato, di fatto, un blocco di dissenso rispetto alle segreterie del PD e di AVS, paralizzate dal timore di incrinare l’alleanza con il Movimento 5 Stelle, da sempre portatore di una visione giustizialista. Non è solo Giuseppe Conte — che incarna senza ambiguità il populismo giudiziario — a ostacolare una riflessione seria sulla riforma.
Anche Elly Schlein e la coppia Fratoianni-Bonelli sembrano dimenticare che il referendum non è un’elezione politica. Il referendum, per sua natura, è trasversale: elettori di sinistra possono votare un referendum promosso dalla destra, così come elettori di destra possono sostenere un referendum proposto dalla sinistra. È accaduto più volte nella storia repubblicana e accade anche oggi. In questa campagna referendaria sta emergendo un fenomeno anomalo: il fronte del No tenta deliberatamente di trasformare il referendum in uno scontro politico, buttandola in caciara con un cambio forzato di paradigma. Su questo terreno si distingue l’ANM, associazione privata dei magistrati, che non solo diffonde informazioni fuorvianti, ma spinge apertamente verso una politicizzazione estrema del voto. Da qui l’accusa, rivolta alle forze di sinistra favorevoli al Sì, di “fare il gioco di Giorgia Meloni”. Secondo questa tesi, la vittoria del Sì sarebbe il trampolino di lancio del premierato, definito dalla presidente del Consiglio “la madre di tutte le riforme”.
Una forzatura evidente. Basterebbe ricordare che la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema votò sia per la separazione delle carriere sia per il premierato. Basta e avanza per smontare una narrazione caricaturale. I socialisti non intendono confondersi né con la destra di governo né con un’opposizione nella quale a dettare la linea è Giuseppe Conte. Il paradosso è che, nonostante il costante calo elettorale del Movimento 5 Stelle, una parte rilevante della sinistra continua a subirne l’egemonia culturale e politica. Il voto socialista per il Sì non è tattico né contingente. La separazione delle carriere è parte integrante del processo accusatorio ed è sempre stata una bussola della cultura garantista. Nella tradizione socialista lo Stato di diritto viene prima di ogni altra considerazione. Giuliano Vassalli, da ministro della Giustizia, fece approvare il nuovo Codice di procedura penale, cancellando il rito inquisitorio di matrice fascista voluto da Alfredo Rocco. Agostino Viviani va ricordato per le sue battaglie a favore della riforma della giustizia e della separazione delle carriere.
Per questo il Comitato Giuliano Vassalli, lungi dall’essere “reggicoda” del governo, rilancia con forza il tema dell’autonomia socialista. Un insegnamento che viene da lontano. Giacomo Matteotti fu il primo a indicare una linea autonoma: né con i fascisti né con i comunisti. In seguito, l’autonomia socialista fu riaffermata e sistematizzata nel XXII Congresso del PSI, svoltosi a Napoli sotto la guida di Pietro Nenni, al termine di una lunga fase di dibattiti e lacerazioni, segnando una svolta rispetto all’adesione alla Terza Internazionale e preparando il terreno per una nuova stagione riformista. Dopo la disastrosa esperienza frontista, il PSI ruppe definitivamente con il PCI e scelse l’autonomia socialista al Congresso di Roma del 1968. Bettino Craxi, segretario del partito, rilanciò con forza questo tema al Congresso di Palermo del 1981, rivendicando un riformismo a lungo vituperato dai comunisti e sancendo l’uscita dall’isolamento politico e culturale. L’autonomia socialista non è un feticcio identitario, ma la ricerca di una “legge propria” per il socialismo: un progetto politico e culturale fondato sulla giustizia, sull’uguaglianza e sulle garanzie, capace di distinguersi sia dalla destra sia da una sinistra che ha smarrito i propri valori inseguendo il carrozzone populista. Alcuni socialisti voteranno No, e la loro opinione è rispettabile. Ma è bene dirlo con chiarezza: i socialisti votano Sì nel segno dell’autonomia socialista, per difendere lo Stato di diritto e una cultura garantista che non accetta né scorciatoie autoritarie né derive giustizialiste.
