Che scandalo: le vergini imbiancate hanno scoperto che le delegazioni straniere arrivano in Italia con i loro agenti di sicurezza. E ci si agita molto per la paventata presenza di Ice, la security americana attesa negli uffici del Consolato americano di Milano in occasione di Milano-Cortina. Un caso sollevato come fosse un unicum, un’irruzione violenta, un’ingerenza senza precedenti. La verità è l’esatto contrario: gli apparati di sicurezza stranieri hanno agito più volte (per non dire ogni volta) nel nostro Paese — visibili, invisibili, tollerati o addirittura accompagnati dai protocolli istituzionali — senza la minima reazione. Non indignazione: neppure curiosità. Due pesi e due misure.

Accade nel 2009 con Muhammar Gheddafi. Il 10 giugno arriva a Roma per la ratifica del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia. Dopo un acceso dibattito parlamentare, si saprà solo che Gheddafi, piantata la sua pittoresca tenda presidenziale sotto la dépendance diplomatica di Villa Pamphili, sarà protetto da sei donne guardie del corpo, le celebri “Amazzoni”. Roma è blindata, i controlli capillari, la sicurezza libica armata fino ai denti. Il dittatore è accusato di torture e violazioni sistematiche dei diritti umani ma sulla security libica, nessun titolo, nessuno straccio di dibattito pubblico. Storia identica nel 2016 con Hassan Rohani. Il presidente iraniano era allora presentato come il volto “moderato” della Repubblica islamica. E meno male. A Roma, ai Musei Capitolini, alcune statue di nudi vengono coperte con pannelli bianchi per evitarne la vista alla delegazione. Una scelta di cui Palazzo Chigi era all’oscuro.

Le ricostruzioni divergono, ma pare che al sopralluogo preventivo alle statue avessero preso parte apparati iraniani. Che devono aver storto il naso il tanto che è bastato a far comparire quegli orridi scatoloni intorno alle nudità di marmo. Gli stessi fidatissimi Pasdaran, in tutta probabilità, che poi hanno scortato Rohani nel cortile del Quirinale. Pasdaran che in patria sono tra i principali responsabili delle repressioni più violente e che a Roma sono stati accolti dai cerimoniali istituzionali con tutti gli onori. Nessuna indignazione, nessuna interrogazione, nessuna discussione sulla presenza di uomini appartenenti a un corpo che gestisce torture, condanne a morte, repressione del dissenso. Si passa poi al 2019. Il 4 luglio Vladimir Putin arriva in visita ufficiale a Roma. Incontra Papa Francesco, Sergio Mattarella al Quirinale, Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Anche qui, delegazioni di sicurezza russe ovunque, con gli uomini del Gru, il servizio segreto militare, che si unirono agli agenti Fsb. Dispositivi strettissimi, una decina di macchine compongono il serpentone delle autoblindo russe che si snoda tra San Pietro e via Nazionale.

Sui mezzi, un apparato non dissimile da quello che, denunciava Navalny, ha fatto sparire o uccidere oltre 300 giornalisti in vent’anni, tra cui Anna Politkovskaja. Ma nessuno fiata. Nessuna tempesta mediatica, nessuna indignazione presso la politica o presso l’opinione pubblica. E di nuovo, nell’aprile 2020. L’Italia è in lockdown, le strade deserte. Sotto le insegne dell’operazione “Dalla Russia con amore”, un convoglio militare russo, concordato con l’allora premier Giuseppe Conte, attraversa indisturbato il Paese. A bordo di 22 mezzi militari arrivano 104 ufficiali russi, formalmente personale sanitario, più probabilmente agenti del Fsb, percorrono l’Italia da Roma a Bergamo per fornire “aiuto sanitario”. Di cui però non risulta traccia, a eccezion fatta per qualche inutilizzabile apparecchiatura. Fotografano strutture ben diverse dagli ospedali, chiedono informazioni tecniche, logistiche, organizzative. Gli obiettivi veri? Le basi dell’aeronautica militare di Ghedi in Lombardia e di Amendola in Puglia.

Le domande poste allora rimangono inevase. Quale natura aveva l’operazione? Quali accessi erano stati concessi agli specialisti russi? Il Riformista se ne occupò con una inchiesta. A quella di Jacopo Iacoboni, de La Stampa, rispose il ministero della Difesa russo. E suonò come una minaccia frontale: una nota pubblicata sulla pagina Facebook dell’Ambasciata russa a Roma invitava i giornalisti a ricordare «Chi scava la fossa, poi ci finisce dentro». Gioverà ricordare come in Russia più di 300 reporter siano stati eliminati o fatti sparire. Poco importa. Le opposizioni di oggi, Pd e M5S, che allora erano al governo, non trovarono nulla da dire neanche dopo questa non velatissima minaccia. Non si ricorda nessuna vera indignazione collettiva, nessuna grande pressione sul governo, quando si tratta di dispiacere a Mosca o a Teheran. Viceversa, ci si indigna sempre, prontamente, quando c’è da mettere sotto schiaffo Stati Uniti e Israele. Quando si è trattato di accogliere agenti russi, iraniani e libici, figurarsi. Venghino, signori, venghino.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.