È vero, come ha denunciato la Francia di Emmanuel Macron, che lo statuto del “Board of Peace” – cioè l’organo di amministrazione transitoria incaricato di gestire l’attuazione del Piano per la ricostruzione della Striscia – “va oltre il solo quadro di Gaza”. Ma va oltre nel senso che neppure la nomina, e questo significa che il Piano per Gaza resta quello adottato con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso novembre.

Al presidente francese – che l’altro giorno comunicava di non accettare l’invito di Donald Trump a far parte del Board of Peace – qualcuno avrà senz’altro ricordato che i poteri su Gaza di cui è dotata quell’amministrazione transitoria non sono stati inventati durante una conferenza stampa improvvisata del presidente degli Stati Uniti, tra una minaccia di dazi e una chat sul G7. Al contrario, il mandato su Gaza del Board of Peace era ben chiaro da settimane, e cioè da quando gli Stati membri, Francia compresa, davano il proprio voto favorevole a quella risoluzione dell’Onu. Denunciare lo statuto del Board, e rifiutarsi di farne parte con la scusa che si occuperebbe non solo di Gaza ma anche di altro vuol dire soltanto una cosa: boicottare in modo pretestuoso il Piano per Gaza e far sapere a tutti che la firma su quella risoluzione era apposta con l’inchiostro simpatico.

È fin superfluo osservare che lo statuto del Board of Peace non è un testo sacro e può essere giudicato criticamente, per esempio in relazione alle parti che assegnano al presidente (Donald Trump) facoltà e poteri verosimilmente sovrabbondanti. Ma usare strumentalmente Gaza e la “causa palestinese” per avversare la costituzione di questo organismo è profondamente scorretto e denuncia, in realtà, ben altri intendimenti e pregiudizi.

Perché la realtà è che la Francia si era costretta ad approvare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dopo essersi esibita nella stolida e frettolosa scelta di riconoscimento dell’inesistente Stato della Palestina: una iniziativa che, senza la previa deradicalizzazione della Striscia e senza la necessaria distruzione delle capacità militari delle organizzazioni terroristiche che ancora la assediano, significava puramente e semplicemente il riconoscimento dello Stato di Hamas.

Va ricordato senza sosta quanto prevedeva (e quanto ancora prevede) il Piano per Gaza, anche in relazione al diritto di autodeterminazione palestinese che alcuni ora impugnano pretestuosamente per intralciarne l’attuazione. Quel Piano diceva, e ancora dice, che “Mentre la ricostruzione di Gaza avanza e il programma di riforma dell’Autorità Palestinese viene applicato con serietà, potrebbero crearsi finalmente le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”. È chiaro? “Potrebbero”. Sul presupposto che Gaza sia deradicalizata e che Hamas e le altre sigle terroristiche siano neutralizzate. Non sul presupposto che la cosa piaccia all’Emmanuel Macron di turno.