Paolo Petrecca non condurrà la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, lo sciopero continua e giovedì la Rai tirerà un primo bilancio (teorico) sul febbraio nero e un secondo (economico) sulle spese ‘folli’ del capo dello sport. Le numerose gaffe dell’ormai noto direttore durante la telecronaca della Cerimonia di inaugurazione dei Giochi invernali di MilanoCortina, lo scorso 3 febbraio, che hanno messo in ridicolo l’intera azienda, non si ripeteranno in quella di chiusura (programmata per il 22 febbraio), pronta ad essere condotta da Auro Bulbarelli, giornalista (di destra e in quota Lega) che doveva già essere designato per il primo evento, salvo poi essere stato punito per uno spoiler di troppo sulla presenza a sorpresa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nello spot iniziale ha condiviso il suo percorso in tram con Valentino Rossi.

Al fianco di Bulbarelli ci saranno lo scrittore Fabio Genovesi e il soprano Cecilia Gasdia. Al fianco di Petrecca non c’è quasi più nessuno. Nei giorni scorsi sono emersi dettagli non da poco sulla sua gestione economica della rete e dei programmi sportivi. Da quando è direttore ha autorizzato la spesa di ben 640mila euro in più rispetto all’anno precedente per le consulenze esterne. Commentatori, opinionisti, web-star, chiamati ad impreziosire i programmi dei canali. Se prima il costo complessivo di alcuni programmi storici (Ds, Dribbling, 90° minuto del sabato e processo del lunedì sera) costavano complessivamente 1,7 milioni di euro, come conteggiato da Repubblica, nel 2025 con la nuova gestione la cifra è salita a 2,34 milioni. Spese segnalate nel corso di una riunione con il capo del personale, che potrebbe presto prendere dei provvedimenti.

Giovedì infatti si riunirà il Cda e sarà avanzata una richiesta di chiarimento da parte dei consiglieri di opposizione, alcuni dei quali pronti a chiedere ‘la testa’ di Petrecca, che non ha ancora confessato a nessuno la volontà di dimettersi. “Ormai Petrecca sembra diventato Pacciani”, dice il giornalista Marino Bartoletti a Repubblica, che auspica un casting diverso per i direttori: “La Rai deve smetterla di pensare di sistemare le persone mettendole allo Sport, come se fosse l’ultima colonia dell’impero. Io nel ‘96 ero direttore e team leader della Rai e non presi mai il microfono in mano, nemmeno una volta”. Mettersi in gioco significa accettare anche una sconfitta.

Redazione

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