Il facile “no” alla guerra di Pedro Sánchez, così le scelte di politica internazionale si trasformano in uno slogan morale

Spain's Prime Minister Pedro Sanchez, right, speaks with Germany's Chancellor Friedrich Merz during a round table meeting at an EU Summit in Brussels, Thursday, Oct. 23, 2025. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert) Associated Press/LaPresse

Pedro Sánchez ha riassunto la posizione del suo governo in una formula semplice: «No alla guerra». Una frase che suona bene, moralmente limpida e politicamente rassicurante. Proprio per questo merita di essere guardata con attenzione. Nel discorso pronunciato dalla Moncloa, il premier spagnolo non descrive davvero la situazione attuale: la incornicia dentro una memoria precisa, quella del 2003.

L’analogia con la guerra in Iraq diventa il perno della sua argomentazione. Allora, ricorda Sánchez, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in un conflitto basato su presupposti sbagliati, promettendo di eliminare armi di distruzione di massa e di esportare la democrazia. Il risultato, sostiene, fu l’opposto: instabilità, terrorismo, crisi migratorie.

Il problema è che le analogie storiche funzionano solo quando le situazioni sono davvero comparabili. Nel 2003 la giustificazione dell’intervento si fondava su un impianto politico preciso: l’idea che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa e che la caduta di Saddam Hussein potesse aprire la strada a un progetto di nation building, alla costruzione di una nuova democrazia nel cuore del Medio Oriente. È noto come quella premessa si sia rivelata falsa e come quell’ambizione si sia infranta contro la realtà.

Oggi lo scenario è diverso. Il confronto con l’Iran non nasce da un progetto di esportazione della democrazia, né da un disegno credibile di ricostruzione politica del paese. L’argomento centrale, per quanto controverso, riguarda piuttosto la sicurezza e il programma nucleare della Repubblica islamica: la possibilità che un regime teocratico e profondamente ostile all’Occidente acquisisca una capacità militare strategica. Si può discutere sull’efficacia o sulla legittimità delle risposte possibili, ma il quadro non è quello dell’Iraq di ventitré anni fa.

Richiamare quell’episodio serve soprattutto a produrre un effetto politico: trasformare il presente nella ripetizione di un errore passato. È una strategia retorica potente, perché attiva una memoria collettiva molto radicata nell’opinione pubblica europea. Ma proprio per questo rischia di semplificare una realtà molto più complessa.

Il secondo pilastro del discorso di Sánchez è il richiamo al diritto internazionale e alla necessità di evitare un’escalation militare. Un argomento coerente con la tradizione europea, che dopo due guerre mondiali ha costruito gran parte della propria identità politica sull’idea che i conflitti debbano essere regolati da norme e istituzioni multilaterali. Il punto è che quel sistema oggi appare molto più fragile di quanto fosse in passato. Le Nazioni Unite sono paralizzate dai veti delle grandi potenze, gli organismi multilaterali faticano a esercitare un’autorità effettiva e molte crisi internazionali si sviluppano ormai al di fuori di qualsiasi quadro giuridico condiviso.

Non si tratta di negare il valore del diritto internazionale. Al contrario, la sua crisi è una delle questioni più gravi della politica globale contemporanea. Ma proprio per questo il semplice richiamo alle regole rischia di suonare come un principio astratto se non è accompagnato da una strategia concreta.

Ed è qui che il discorso del premier spagnolo mostra il suo limite principale. Dire «no alla guerra» è una posizione moralmente comprensibile. In politica estera, però, non basta. La domanda inevitabile diventa un’altra: quale alternativa?

Diplomazia, negoziati, sanzioni economiche, pressione internazionale. Sono gli strumenti che l’Europa ha utilizzato per anni nei confronti dell’Iran. Strumenti che hanno avuto qualche effetto ma che non hanno risolto il problema di fondo, né hanno impedito alla regione di restare uno dei principali epicentri dell’instabilità globale.

C’è poi un elemento che raramente viene esplicitato nel dibattito europeo. Negli ultimi settant’anni il continente ha potuto permettersi una posizione fortemente normativa – difesa del diritto internazionale, rifiuto dell’uso della forza, centralità della diplomazia – perché la dimensione più dura della sicurezza è stata garantita da altri, in primo luogo dagli Stati Uniti. È una tensione strutturale della politica europea: invocare le regole mentre il lavoro più sporco della sicurezza viene svolto altrove.

Questo non significa che la guerra sia una soluzione desiderabile. Nessuna guerra lo è. Ogni conflitto porta con sé morte, distruzione e conseguenze imprevedibili. Ma proprio per questo le scelte di politica internazionale non possono limitarsi a uno slogan morale. Dire no alla guerra è facile. Governare le condizioni che rendono possibili o inevitabili i conflitti è molto più difficile.

Il rischio, altrimenti, è che quel «no» resti soltanto una posizione simbolica: una dichiarazione di principio che rassicura l’opinione pubblica ma non risponde alla domanda più scomoda di tutte – come si gestiscono i regimi autoritari, le ambizioni nucleari e le crisi regionali quando la diplomazia da sola non basta più.