Esteri
Il futuro dell’Europa passa tra Roma e Berlino
Il futuro dell’Europa – leggasi il continente – passa per due capitali, Roma e Berlino. Questa nuova dinamica è il frutto politico, a noi favorevole, della definitiva implosione dei vecchi equilibri. Equilibri che per quanto rassicuranti hanno rappresentato per l’Italia ma anche per la Germania un limite storico che ha costretto di fatto l’Europa a solcare le vette della mediocrità. Del resto lo stesso cancelliere tedesco in apertura della conferenza di Monaco ha sottolineato come “l’Europa ha concluso la sua lunga vacanza dalla storia mondiale”, ribadendo come i nuovi scenari impongano un cambio radicale nelle prospettive e nelle strategie delle Nazioni del vecchio continente.
La nuova “era” nella quale siamo già entrati non può più essere appaltata ed eterodiretta da Washington. Gli Stati Uniti non ne hanno più né la voglia né l’ambizione e questo non dipende dall’amministrazione Trump. Il punto dirimente è la difficoltà dell’opinione pubblica europea ad entrare in questa nuova ottica storica. Farsi trovare pronti è prioritario per chi voglia avere un peso nel mondo del futuro in cui all’interno di un più ampio confronto tra le grandi potenze, saranno protagoniste le medie potenze, che potranno costruire o ricostruire le loro zone d’influenza sul piano militare quanto economico. Chi lo ha capito, e per la prima volta ha deciso di squarciare il velo della mediocrità che nel nostro paese ha dominato la politica estera degli ultimi dieci anni, è stato il governo guidato da Giorgia Meloni, attivo su tavoli che un tempo sarebbero stati ignorati per mancanza di spina dorsale, o per evitare di entrare in giochi che si ritenevano troppo grandi per l’Italia.
Non è elemento di poco conto che tra le cose che sono rimaste impresse nell’eredità genetica della nostra Nazione vi sia “il complesso di Adua” aggravato dall’esito nefasto del secondo conflitto mondiale. Gli stessi equilibri post-bellici hanno rappresentato un limite e hanno pesato sulla percezione che in Italia si ha della politica estera, intesa non solo in chiave umanitaria e solidale, ma come azione di forza, come difesa dell’interesse nazionale e ricerca di nuovi orizzonti, ma soprattutto capacità di adattarsi ai cambiamenti geopolitici partendo da una propria sfera d’influenza, da un proprio spazio.
L’Italia ha capito che il suo campo di gioco diretto, la sua scacchiera è l’Africa, e che bisogna ripartire proprio ripristinando i rapporti con le ex colonie. Il “Piano Mattei”, il vertice Italia-Africa, sono la tela perfetta per ricostruire un’influenza economica, ma anche politico-militare che oggi non è più solo nell’esclusivo interesse italiano, ma anche Europeo e Occidentale, considerando che il crollo della “Françafrique” ha spalancato le porte a Russia e Cina. L’Italia è l’argine, perché non può permettersi né il caos come in Libia né una minaccia militare diretta del duo sino-russo. A ciò non si può non aggiungere l’evidente imperialismo neo-ottomano della Turchia, avversario (concetto da sottolineare) dell’Italia, e il Corno d’Africa ne è un esempio d’accademia.
La presenza di Giorgia Meloni ad Addis Abeba è cruciale, e soprattutto segna ad un anno dal vertice di Roma la robustezza dell’impianto programmatico del “Piano Mattei” e la sua credibilità tra i paesi africani, l’invito della stessa Premier alla 39° Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana ne è la prova.
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