Dire che l’intervento Usa in Venezuela è un’altra guerra del petrolio è un banale luogo comune. Per giunta, vero solo in parte. A confermarlo è l’Opec+, il cartello di produttori ed esportatori di petrolio, che hanno deciso di non cambiare rotta da quella intrapresa due mesi fa. Fino a marzo prossimo, non si parla di incrementi di produzione. Una linea attendista, dovuta in parte al fatto che Trump ha colto tutti di sorpresa, ma anche allo scarso peso che il petrolio venezuelano ha in questo momento sul mercato internazionale. L’1% rispetto alla produzione complessiva è poca cosa se confrontato con le riserve da 300 miliardi di barili che il Paese può estrarre. Tuttavia, le potenzialità di domani, peraltro difficili da realizzare se non prima di 15 anni, sono inutili a una locomotiva industriale globale che ha bisogno di camminare oggi.
Questo non vuol dire che il petrolio non abbia fatto da booster alla mossa degli Stati Uniti. Il suo ruolo va visto dalle angolature dei rapporti di forza della politica internazionale e dell’economia Usa. Ieri le quotazioni registravano un nuovo calo, con il barile del Wti americano sceso dello 0,38% a 56,94 e il Brent ceduto a 60,39 dollari (-0,36%). Una discesa progressiva, che non fa gioco a nessuno dei nemici e competitor di Washington. Per Russia e Iran, i prezzi bassi possono compromettere il meccanismo su cui poggiano i rispettivi regimi. A Mosca e a Teheran il consenso è garantito dai trasferimenti dei proventi petroliferi allo Stato sociale. Se questi dovessero ridursi o addirittura interrompersi, lo scontento potrebbe esplodere. In Iran, ci siamo quasi. Una situazione simile si avrebbe in Cina, che importa l’80% della produzione venezuelana di petrolio. L’industria cinese, e con lei Xi Jinping, ha di che preoccuparsi se le si impongono tariffe doganali e le si tagliano le catene di fornitura. Da questa prospettiva, l’obiettivo di Trump è chiaro. Creare una trombosi energetica all’Asse del male.
A questo si affianca l’intenzione del presidente Usa di rivitalizzare l’esausta industria manifatturiera americana. Per farlo ha varato i dazi, i cui benefici al momento tardano ad arrivare. Serve quindi un’offerta di energia a basso costo per incentivare gli investimenti. Se la mossa funzionasse, avrebbe delle ricadute sul breve periodo, utili per vincere alle Midterm di fine anno e, con una visione più lunga, a vantaggio – in questo caso, sì – dell’industria petrolifera Usa. Il greggio venezuelano non è dei migliori sul mercato. È denso di zolfo e richiede un processo di raffinazione costoso, con tecniche di cui le imprese degli Stati Uniti sono leader.
Detto questo, viene da chiedersi se a Washington sia più utile metter in circolo quel “bendidio” che c’è nel sottosuolo venezuelano oppure tenerselo come riserva. Alla maniera di quello del Texas. Un po’ per aver in mano il boccino delle speculazioni, un po’ nell’eventualità – remota – di uno shortage, che potrebbe colpire il Golfo e tutto il mondo Opec, ma da cui gli Usa resterebbero immuni. Ovviamente questo non porta a dire che, da qui in avanti, le cose saranno in discesa. Gli Stati Uniti hanno tolto di mezzo un narcotrafficante travestito da capo di Stato, ma è ancora difficile delineare il futuro del Paese.
Alle reazioni di sorpresa stanno facendo seguito quelle di collera e opposizione. Cina, Iran e Russia respingono il gesto di Washington. Per Teheran si tratta di un ritorno all’era coloniale. Mentre Pechino si appella alla costituzione e alle leggi venezuelane per il rispetto della sovranità del Paese. A loro volta, Brasile e Colombia hanno rafforzato il controllo alle frontiere. È probabile che temano fughe di massa dal Paese, da parte di ex sostenitori di Maduro. Dichiarazioni e gesti tardivi, in realtà, visto che Caracas da tempo aveva lanciato segnali d’allarme agli alleati per il timore di qualche colpo di mano americano. Da mesi, le acque internazionali circostanti al Venezuela erano trafficate da mezza Marina degli Stati Uniti. Non era necessario un grande stratega per capire cosa avesse in mente Trump.
Viene allora da chiedersi a chi si riferisca Nicolás Maduro Guerra, il figlio dell’ormai ex presidente bolivarista, quando parla di traditori che, prima o poi, la storia rivelerà. Il regime era una metastasi. Corrotto all’interno e sacrificabile per i lontani amici di Mosca, Teheran e Pechino. Trump, con tanto di spinta da parte di Rubio, si è limitato a scriverne la parola fine.
