Esteri
Il piano di Trump al via a Washington. L’Italia “osserva” ma sarà presente, Tel Aviv scettica sui segnali dell’Iran
Dopo un duro scontro con l’opposizione, il Parlamento italiano ha ratificato, giustamente, la partecipazione dell’Italia come osservatore al Board of Peace, che si riunirà oggi per la prima volta a Washington. Il governo sarà rappresentato ai massimi livelli dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani, confermando così l’ottimo feeling tra l’attuale esecutivo italiano e l’amministrazione Trump.
Proviamo, anche solo per un attimo, a immaginare cosa sarebbe accaduto se fosse passata la linea della sinistra e l’Italia avesse rifiutato di partecipare. Il governo, e con esso l’intero Paese, avrebbe perso prestigio, coerenza e soprattutto collaborazione con quello che resta il Paese più potente e influente del mondo. L’Italia, al di là delle opinioni politiche, non può permettersi di diventare una nazione diffidente nei confronti degli Stati Uniti, ciò comporterebbe conseguenze economiche potenzialmente devastanti e un duro colpo alla sua credibilità internazionale. Paradossalmente, il ruolo di osservatore, imposto da vincoli costituzionali, colloca l’Italia in una posizione di vantaggio rispetto ai numerosi Paesi occidentali che hanno rifiutato polemicamente la partecipazione al Board, incluso il Vaticano, che ha scelto di non aderire con un atteggiamento difficilmente comprensibile e poco coerente con una visione realmente ecumenica.
L’Italia sarà comunque presente nel momento in cui verranno prese decisioni cruciali sulla ricostruzione di Gaza, sul suo futuro assetto e sulla smilitarizzazione di Hamas, come previsto nel piano di pace Trump in 20 punti. Tajani ha annunciato la sua partecipazione mentre si trovava a Tirana, nell’ambito del rafforzamento delle relazioni commerciali con l’Albania e dello sviluppo del Corridoio VIII. Non essere oggi a Washington avrebbe significato autoescludersi da una strategia di stabilità per il Medio Oriente, rinunciando a un ruolo nei futuri equilibri regionali. Anche Israele prenderà parte al primo round del Board. Tuttavia, la priorità immediata dello Stato ebraico resta l’evoluzione del confronto con Iran e la gestione di possibili tensioni interne legate all’inizio del Ramadan, periodo che porterà decine di migliaia di fedeli alla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. Nonostante i segnali rassicuranti provenienti da Teheran dopo l’incontro di Ginevra con i rappresentanti statunitensi, Israele considera il confronto con l’Iran sempre più vicino, quasi inevitabile. Il Board si riunirà quindi sullo sfondo concreto del rischio di un nuovo conflitto regionale che potrebbe estendersi oltre i confini attuali.
In questo contesto, Israele, rappresentato dal Ministro degli Esteri Gideon Saar, vigilerà attentamente sulle decisioni riguardanti l’eventuale forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU, il modello di governance di Gaza post-Hamas e il collegamento tra stabilizzazione locale e contenimento regionale dell’Iran. La linea negoziale israeliana sarà probabilmente quella di accettare una presenza internazionale a Gaza, purché non limiti la libertà operativa dell’IDF. Sul piano politico, Israele potrebbe anche accettare un’amministrazione civile palestinese, ma sempre sotto il proprio controllo in materia di sicurezza. La precondizione resta invariata: la totale smilitarizzazione di Hamas. Nonostante le difficoltà previste e i margini di incertezza, è difficile dare torto a Tajani quando ha affermato in Parlamento che, allo stato attuale, non esiste una reale alternativa al piano Trump.
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