L'ultima sofferenza
Il racconto del sabato a Tel Aviv: “Da una sirena all’altra senza soluzione di continuità. La fine di un dittatore sanguinario apre ad una nuova strada”
Da Tel Aviv –
Sabato Israele si è svegliato con il suono delle sirene, che avvisavano la popolazione di essere in guerra, al fianco degli Stati Uniti, contro l’Iran. Il conflitto era nell’aria e alla fine è esploso. Nella sola giornata di sabato, a Tel Aviv, si sono registrati sedici allarmi missilistici, qualcosa che non ricordavo di aver mai vissuto. Soprattutto nel pomeriggio si è passati da una sirena all’altra senza soluzione di continuità. Una pausa rigeneratrice di qualche ora ha preceduto l’attacco più duro della serata: il più massiccio, quello che ha provocato gravi danni al centro della città, la morte di una donna e il ferimento di venticinque persone.
Gli attacchi serali iraniani hanno riportato tutti alla realtà, nonostante la notizia dell’eliminazione dell’ayatollah Khamenei, colpito dai jet israeliani nel primo attacco del mattino. La notte tra sabato e domenica è trascorsa nell’apprensione. Dopo queste ore, è legittimo sperare in una giornata che apra la strada a un clima diverso, nel quale lo Stato di Israele possa essere giudicato senza ipocrisie e pregiudizi.
L’immagine è quella di un serpente agonizzante che, dopo la morte del suo capo supremo, spara le ultime cartucce con un rantolo d’orgoglio e, proprio per questo, resta ancora più pericoloso. I lanci della serata, arrivati dopo l’annuncio della sua eliminazione, hanno trasmesso una sensazione nuova: non solo paura, ma anche la consapevolezza di trovarsi dentro una fase storica di passaggio. La fine di un dittatore sanguinario, con decine di migliaia di morti sulla coscienza, fa sperare in una rapida evoluzione democratica dell’Iran e nella possibilità di interrompere finalmente l’incubo di razzi, missili e droni che da decenni costringe il popolo israeliano a rifugiarsi per difendersi da un nemico infame e dai suoi alleati armati e finanziati dal regime degli ayatollah. È una finestra storica per porre fine a un regime che nelle piazze di Teheran espone l’orologio con il conto alla rovescia per la fine di Israele. Israele ha colto questa opportunità.
L’auspicio è che questa guerra rappresenti l’ultima sofferenza, l’ultimo sforzo necessario per arrivare a un Medio Oriente finalmente in pace, senza il regime degli ayatollah. Senza quel regime, l’intera regione potrebbe trasformarsi in una terra di stabilità e non più di guerra feroce e terrorismo sistemico. Questo conflitto dovrebbe concludersi con la fine di uno dei regimi più sanguinari della storia contemporanea. Dopo quasi cinquant’anni, un sogno potrebbe trasformarsi in realtà e aprire uno scenario completamente diverso per le nuove generazioni della regione.
I libri di storia ne parleranno come del momento in cui una scelta difficile ha cambiato la direzione di un’intera area geopolitica. L’Europa sembra non rendersi conto, o forse finge di non farlo, della possibile svolta che questa guerra potrebbe rappresentare per la martoriata popolazione iraniana, che merita qualcosa di diverso da un regime integralista. Dopo che l’Arabia Saudita ha dichiarato l’intenzione di entrare in guerra a fianco di Israele, e il Pakistan si è detto disposto a sostenere Riad contro l’Iran, siamo davanti a un cambiamento che potrebbe trasformare il volto dell’intera regione. Ma l’Europa rischia di restare fuori dalla porta delle decisioni epocali. E chi non capisce, inevitabilmente, resta indietro.
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