A Gerusalemme, in questi giorni, il silenzio non è leggerezza pensosa ma possiede un peso specifico, grave come un vuoto zavorrante. A parlarmi è un amico che vive lì: lo senti addosso, mi racconta, quando, se non suonano le sirene anti missili, imbocchi il dedalo della Città Vecchia. I vicoli del quartiere cristiano, di solito attraversati da pellegrini con le croci di legno sulle spalle, sono vuoti. Le botteghe dei rosari hanno le saracinesche abbassate. Persino l’odore di cardamomo e di pane sembra essersi ritirato, come tutto il resto, dietro porte che non sono soltanto chiuse ma sigillate. Il grande portone a due ante del Santo Sepolcro — la basilica che da diciassette secoli custodisce il Golgota e la tomba vuota — è sbarrato dal 28 febbraio. Non era mai accaduto così a lungo: non nelle Crociate, non nelle guerre mondiali ma nemmeno durante la pandemia. Quella di quest’anno è stata come una quaresima inghiottita dal silenzio, la Via Crucis soppressa fino al diniego opposto al patriarca latino Pierbattista Pizzaballa per la domenica delle Palme. Lui prudentemente stempera i toni, ma l’attrito diplomatico ha fatto il giro del mondo.

Del resto non è la prima volta: nel 2016 il predecessore di Pizzaballa, il cardinale Fouad Twal, aveva definito “avvelenata” l’atmosfera nei confronti della comunità cattolica in Terra Santa. E se lo era dieci anni fa, figuriamoci oggi. Anche alla luce della postura ormai definitiva assunta dal magistero di Papa Leone XIV, il quale ha chiarito — qualora non fosse chiaro alla Casa Bianca come a Tel Aviv — che Cristo è un Dio della Pace, un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può invocare per giustificarla, che non ascolta la preghiera di chi la conduce e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15). Sta qui il “segno di contraddizione” del messaggio evangelico così antitetico alla pseudo-teologia della prosperità che giustifica un mondo di potenti seduti sui loro troni a scapito degli ultimi, che fanno e disfano a piacimento cercando l’ombrello della “God’s blessing” per tirare dritti sui loro affari. Essi però fanno il più grave degli errori ossia quello di prendere a piacimento stralci di vangelo per giustificare ambiguità e logiche miopi alle quali si oppone nettamente sia la  Santa Sede, che la custodia francescana e il Patriarcato Latino. Il dialogo è la forza che avvicina gli opposti e non il contrario, insomma.

Grazie alla brava Elena Testi (Tagadà La7) sentiamo anche la testimonianza di Padre Ibrahim Faltas, francescano egiziano e vicario della Custodia di Terra Santa, che non nasconde la sua preoccupazione in queste ore. La sua è una vita spesa a custodire luoghi e, quando necessario, a negoziare assedi: era lui, nel 2002, a trattare dentro la Basilica della Natività di Betlemme; è lui oggi a cercare un varco con le autorità israeliane perché almeno il Triduo pasquale non venga cancellato. Le sue parole hanno la densità di chi conosce la storia e la sua ostinata ripetizione: la paura dell’altro, dice, costruisce muri invisibili eppure più duri del cemento.

La sicurezza, spiegano le autorità. E i segni della guerra sono tristemente concreti: a pochi metri dal Sepolcro, giorni fa, un frammento di missile ha squarciato il tetto di un convento greco-ortodosso mentre nella stanza dormiva un vescovo novantenne, scampato per un soffio. Più di trecento rottami sono piovuti sulla Città Vecchia. Ma a Gerusalemme la sicurezza non è mai soltanto una parola tecnica. Essa è un codice politico, un modo di tracciare confini dentro ciò che, per sua natura, dovrebbe restare aperto. Pochi isolati più in là, sulla Spianata delle Moschee, la stessa serratura ha girato dalla stessa parte: ai musulmani è stato vietato, per la prima volta dal 1967, l’accesso per l’Eid al-Fitr, la festa che chiude il Ramadan. Quaresima e Ramadan, quest’anno quasi perfettamente sovrapposti, hanno percorso insieme la stessa via di spoliazione e insieme si sono visti negare l’approdo. Due digiuni convergenti che non trovano il banchetto. Due pellegrinaggi arrestati davanti alla stessa soglia.

Ed è proprio qui, dentro questo vuoto, che il messaggio pasquale riacquista una sua forza paradossale quasi scandalosa.

Ricordate i racconti di quel giorno dopo il sabato? I discepoli sono barricati. Hanno paura, e la loro paura è razionale: hanno visto il maestro morire nel modo più infamante, sanno che il potere che lo ha eliminato non si è dissolto con lui. Le porte chiuse sono la loro unica difesa. E tuttavia il Maestro, nonostante tutto, entra. Non bussa: attraversa. Non forza: trascende. E la prima parola non è un rimprovero ma un dono — «Pace a voi» — seguita dal gesto di mostrare le ferite, perché quella pace non è fuga dalla realtà: è la realtà attraversata fino in fondo.

Qui si gioca il cuore della Pasqua, che non è un prodigio da osservare ma una soglia da pensare. Il Risorto non è un redivivo restituito alla vita di prima ma una vita in avanti, totalmente Altra, una presenza che attraversa ciò che appare invalicabile. Le porte chiuse vengono dichiarate insufficienti perché la morte — scriverà San Paolo — è vinta, è privata del suo pungiglione.

Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto le porte chiuse dei regimi, lo disse con una formula rimasta scolpita nella memoria collettiva: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Oggi quelle parole risuonano con un’accezione nuova, perché le porte, a Gerusalemme, non sono chiuse per paura ma per decreto.

E allora la questione si sposta: non riguarda più solo la fede, ma la responsabilità di tutti, laici compresi. Se la teologia parla di Resurrezione, la storia continua a parlare di porte che restano chiuse finché qualcuno non decide di aprirle — e quel qualcuno non è mai un singolo ma una coscienza collettiva che si ridesta, oppure non si ridesta affatto. Spalancare le porte significa allora, anche laicamente, rifiutare che la convivenza venga dettata dalla grammatica delle armi e restituirla a quella parola — pace — che troppo spesso viene pronunciata mentre si preparano nuovi conflitti, quando invece dovrebbe suonare come il perentorio cessate il fuoco invocato da Leone XIV domenica scorsa.

Albert Camus scriveva di aver scoperto, nel cuore dell’inverno, un’invincibile estate (Ritorno a Tipasa, 1954). La Pasqua, se presa sul serio, dice qualcosa di più esigente: che quell’estate non è un rifugio interiore ma una forza che chiede di attraversare il cemento. I muri tra i popoli, le porte sbarrate delle istituzioni, le coscienze blindate di chi governa per decreto e chiama sicurezza ciò che è sottrazione di libertà: tutto questo non è semplicemente un contesto, è il luogo stesso in cui la domanda pasquale si fa inevitabile.

Al di là dell’esito dei negoziati, che appartiene alla cronaca e alle sue incertezze, resta un punto che nessuna diplomazia può sciogliere. La Pasqua non ha mai avuto bisogno di porte aperte: accade esattamente quando esse sono chiuse. Ce lo dicono le scritture: il sepolcro era sigillato, il  cenacolo sprangato. Eppure qualcosa, anzi Qualcuno è passato.

Il problema, allora, non è Gerusalemme. Non sono le sue porte, i suoi decreti, le sue serrature — quelle, prima o poi, si riapriranno, è sempre andata così. Il problema siamo noi, che abbiamo imparato a vivere dentro porte chiuse senza più sentirne il peso, che chiamiamo sicurezza ciò che è paura organizzata, che preferiamo muri affidabili a libertà rischiose. Perché il Risorto, se davvero attraversa le porte, non lo fa per dimostrare un potere ma per smascherare un’abitudine: quella di credere che ciò che è chiuso sia definitivo, che ciò che è blindato sia inevitabile, che la storia sia un susseguirsi di serrature sempre più sofisticate.

La provocazione, questa Pasqua, è brutale: forse il vero scandalo non è che le porte restino chiuse. È che, anche se qualcuno le attraversasse, noi potremmo non accorgercene affatto.

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"l’occhio vede, la mente ordina, ma è il discernimento a stabilire il senso"