Il Venezuela è un Paese che letteralmente galleggia sul petrolio. Eppure, negli ultimi anni, la politica fallimentare e corrotta del governo Maduro ha ridotto drasticamente gli introiti derivanti dall’oro nero. L’azienda di Stato PDVSA, un tempo colonna portante dell’economia, è stata piegata da cattiva gestione, mancanza di investimenti e sanzioni internazionali. Per compensare queste perdite, il regime chavista ha finito per aprire sempre più le porte a un’altra fonte di denaro: il narcotraffico.

Gli Stati Uniti accusano da tempo Nicolás Maduro e i suoi uomini di essere parte integrante del cosiddetto “Cartel de los Soles”, Non un vero e proprio cartello del narcotraffico, ma piuttosto una rete che coinvolge alti gradi dell’esercito e delle forze di sicurezza, che copre “dall’alto” i narcos veri e propri che operano sul territorio. Non semplici complicità marginali, dunque ma una vera struttura di potere parallela: la cocaina proveniente dalla Colombia trova nel Venezuela il corridoio perfetto verso Caraibi, Stati Uniti ed Europa. Già nel 2020 il Dipartimento di Giustizia americano aveva incriminato Maduro e altri funzionari per “narcoterrorismo”, accusandoli di aver collaborato con le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) per introdurre negli USA centinaia di tonnellate di cocaina ogni anno. Washington, a conferma della gravità dell’accusa, ha persino messo una taglia milionaria sulla testa di Maduro.

Proprio per contrastare queste reti criminali, gli Stati Uniti hanno da tempo rafforzato la loro presenza militare nel Mar dei Caraibi. La Marina e l’Aviazione USA non operano solo come deterrente politico, ma anche con una funzione dichiarata: colpire il traffico di droga diretto verso le proprie coste. Negli ultimi mesi, la presenza americana si è fatta ancora più imponente: navi da guerra, un sottomarino nucleare, 4500 marines, droni MQ-9 e, da poche settimane, anche modernissimi caccia F-35 dislocati a Porto Rico. Ufficialmente è una missione anti-narcos, ma agli occhi di molti analisti è soprattutto un chiaro messaggio indirizzato a Caracas.

L’ultimo episodio dimostra quanto il confine tra operazione di polizia e crisi internazionale sia ormai labile. Il 2 settembre 2025, forze statunitensi hanno colpito e affondato almeno una imbarcazione veloce nel sud del Mar dei Caraibi. A bordo, secondo Washington, c’erano narcotrafficanti legati al cartello Tren de Aragua ( nata come banda carceraria e poi divenuta un cartello transnazionale attivo in almeno 10 paesi nel centro e sud America) che trasportavano ingenti quantità di droga. Undici le persone rimaste uccise. Le immagini dell’attacco, diffuse in rete, mostrano la barca esplodere in mare. Per gli USA si è trattato di un successo operativo, per Maduro invece di una montatura: il presidente venezuelano ha parlato di video falsificati, addirittura creati con l’intelligenza artificiale.

Alla denuncia si è aggiunta la dimostrazione muscolare. Due caccia F-16 venezuelani hanno sorvolato una nave americana, l’USS Jason Dunham, in quello che è apparso come un chiaro avvertimento. Inoltre, Maduro ha mobilitato 8 milioni di uomini tra riservisti e miliziani e si dichiara “pronto alla guerra” È il classico “gioco del pollo”: manovre di forza che aumentano il rischio di incidente, mentre il clima politico s’inasprisce.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, difendono la legittimità delle operazioni e minacciano di colpire ancora. Gli analisti legali sollevano dubbi: era un’azione lecita in acque internazionali o un’esecuzione extragiudiziale? La questione resta aperta. Ma il messaggio politico è chiaro: per Washington il narcotraffico non è più solo una faccenda criminale, è un tema di sicurezza nazionale.
In questo incrocio tra economia fallita, narco-rendita e militarizzazione dei Caraibi, il rischio è che il Venezuela di Maduro e gli Stati Uniti finiscano per scivolare da una guerra “a bassa intensità” contro i narcos a una crisi regionale vera e propria.

Paolo Crucianelli

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