Cronaca
Indomita, la battaglia di Civita Di Russo contro le mafie
Una donna che ha saputo superare le barriere di genere e ha affrontato il pericolo nel periodo delle stragi mafiose degli anni 90. Civita Di Russo, avvocato penalista con oltre venti anni di esperienza, ha difeso collaboratori di giustizia, rischiando la propria vita per garantire giustizia. Oggi è vicecapo di Gabinetto con funzioni vicarie del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. In Indomita (Castelvecchi), Di Russo racconta la sua storia tra carriera e vita privata, svelando il percorso di una professionista che ha affrontato difficili sfide senza perdere mai i propri valori.
Nel libro lei scrive che “parità non significa uguaglianza”. È con questo principio che ha affrontato e costruito la sua professione, in un contesto storico in cui l’emancipazione femminile non era ancora pienamente riconosciuta?
Assolutamente sì. Io non ho mai pensato che la parità significasse essere uguali agli uomini. Non ho mai voluto essere come loro. Ho sempre voluto essere una donna, con le prerogative, le responsabilità e anche i limiti che questo comporta. Siamo diversi, ed è proprio di questa diversità che bisogna tenere conto. Una donna, a differenza di un uomo, vive esperienze che inevitabilmente incidono sulla prospettiva con cui guarda il mondo e il lavoro: la maternità, la gravidanza, la responsabilità educativa spesso più marcata. Tutto questo cambia il modo di essere professionisti. Pensare di essere “uguali a 360 gradi” è semplicemente irrealistico. Quando ho iniziato, circa quarant’anni fa, essere donna in certe professioni era molto difficile. Ricordo ancora la prima volta che incontrai un collaboratore di giustizia: guardandomi disse al pubblico ministero “ma chi è ‘sta femmina?”. Da lì ho capito che avrei dovuto lottare non solo per affermarmi come professionista, ma anche per difendere il diritto di essere una donna senza rinunciare a nulla. Oggi molte barriere sono cadute, ma non tutte. La strada è ancora lunga.
La scorta è stata per anni parte integrante della sua vita. Che cosa ha significato, sul piano umano e professionale, vivere a lungo sotto protezione?
All’inizio è stata paura, angoscia. La paura nasce sempre dall’ignoto, e vivere con una tutela armata significa confrontarsi ogni giorno con un pericolo concreto. Due persone con una pistola che ti accompagnano ovunque non sono una presenza neutra. Poi però è subentrata una profonda dimensione umana. Con gli uomini della scorta si crea un legame fortissimo: passavo più tempo con loro che con la mia famiglia. Condividevamo tutto, e alla fine il rischio non era solo mio, era anche il loro. Ogni decisione, ogni spostamento, poteva essere pericoloso soprattutto per chi mi stava accanto. Grazie a loro ho potuto svolgere il mio lavoro con relativa serenità, in un momento storico cruciale per la nostra democrazia. Sono stati anni durissimi, ma fondamentali. L’Italia era sotto attacco: Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, uomini delle forze dell’ordine e magistrati venivano uccisi. Non potevamo piegarci. Ognuno di noi, nel proprio ruolo, ha dato un contributo. Anche il mio è stato piccolo, ma sentito.
Lei descrive momenti di grande solitudine nella sua professione. Quanto ha inciso questo aspetto nella sua vita?
Il lavoro dell’avvocato è, per sua natura, un lavoro solitario. Ma assistere e difendere per conto dello Stato collaboratori di giustizia significa ascoltare per ore racconti di violenza estrema, storie criminali durissime, senza poterle condividere con nessuno. Il segreto professionale ti impone il silenzio, e quel peso resta tutto addosso. Per me, che sono una persona che vive di condivisione è stato ancora più difficile. Non poter raccontare nulla alle persone che ami crea una distanza, un’angoscia silenziosa. La forza, però, mi è venuta dalla famiglia. Dagli insegnamenti di mia nonna, una donna illuminata, e dei miei genitori. Mi hanno insegnato che nulla si ottiene senza impegno e sacrificio. Non il sacrificio fine a se stesso, ma l’impegno costante, anche quando non vedi un ritorno immediato. Oggi si pretende tutto e subito, ma una professione si costruisce nel tempo. Se resisti, se butti il cuore oltre l’ostacolo, arriva anche il giorno in cui il senso di quella fatica si rivela.
Quando si è trovata di fronte un collaboratore di giustizia che ha commesso un crimine gravissimo racconta di aver rifiutato l’incarico. È stata la prova che, per lei, l’etica viene prima del lavoro?
Sì. Innanzitutto io credo profondamente nel diritto di difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione. Anche il peggiore degli imputati ha diritto a un processo giusto, celebrato nel rispetto delle regole. È questo che distingue uno Stato di diritto dalla barbarie. Detto questo, esistono limiti personali. In un caso specifico, mi trovai ad assistere un collaboratore di giustizia che raccontava l’omicidio di un bambino, ucciso e sciolto nell’acido. Non ce l’ho fatta. Ho rinunciato all’incarico. È stato un limite, forse. Ma era il mio limite, e l’ho rispettato. La mia vita professionale è sempre stata guidata da un’etica della responsabilità. Ho fatto tutto ciò che sentivo di dover fare, finché ho potuto farlo senza tradire me stessa.
Racconta che uno dei momenti più significativi è stato quando il figlio di un pentito da lei difeso le ha confidato il desiderio di diventare avvocato. È questo, a suo avviso, il successo più grande della sua carriera?
Quella è stata una gioia immensa. Come lo è ogni volta che entro in una scuola e un ragazzo mi dice “lei per me è un esempio”. Pochi giorni fa, in una scuola media, un dodicenne molto brillante mi ha detto che voleva fare l’astronomo, e alla fine dell’incontro mi ha salutata con il pollice alzato: “Grazie, avvocato”. I ragazzi hanno bisogno di modelli veri. Non possiamo lasciarli solo agli influencer. Dobbiamo essere noi, adulti e professionisti, a entrare nelle scuole e parlare la loro lingua. Quando parlo di mafia ai ragazzi, parto dal bullismo. La mafia non è lontana: nasce anche dal silenzio davanti a un’ingiustizia. Se vedi un compagno vessato e ti giri dall’altra parte, stai già sbagliando. Il coraggio è contagioso: se qualcuno lo ha, può trasmetterlo anche a chi non lo trova da solo.
Oggi la criminalità giovanile è un tema centrale. Lei sostiene che sia legata ai contesti sociali: quali strumenti concreti possono aiutare a prevenirla?
Non si possono lasciare soli i quartieri difficili. Servono politiche di integrazione, centri di aggregazione, oratori, spazi dove i ragazzi possano stare e trovare adulti di riferimento. La scuola deve fare molto, ma da sola non basta. Le regole non sono un’idea politica, sono un bisogno educativo. Un ragazzo senza regole è un ragazzo senza appigli. Le regole sono i pali che indicano la strada. Per questo credo che anche scelte impopolari, come limitare l’uso dei cellulari a scuola, vadano nella direzione giusta: aiutano i ragazzi a ritrovare orientamento.
Il Riformista è stato in prima linea sul tema dell’antisemitismo. Che effetto le fa vedere La Sapienza, l’università in cui si è formata, diventare teatro di episodi di intolleranza?
Fa riflettere e preoccupa. Quello che è successo a La Sapienza mostra come la società porti dentro focolai di odio che possono riaccendersi in qualsiasi momento. Non basta ricordare il passato: l’antisemitismo non è scomparso, e la guardia non va mai abbassata. Il male è facile da propagare e semplice da attuare, come dimostra la storia: Hitler poteva dire quello che voleva, ma per realizzarlo aveva bisogno di persone disposte ad agire. Guardando le guerre contemporanee, in Ucraina e a Gaza o in Africa, la morte è ancora ovunque. Eppure nulla può essere paragonato a quanto accaduto in Europa: sei milioni di ebrei uccisi nel continente più civile in quel momento. Per questo dobbiamo vigilare, educare i giovani, ricordare la storia e i valori fondamentali. Se ci abituiamo al silenzio il male troverà terreno fertile
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