Dal proporzionale della Prima Repubblica all’attuale sistema elettorale ibrido – un “bastardo” tra maggioritario e proporzionale come il Rosatellum – il Parlamento italiano ha conosciuto una lunga stagione di eletti più nominati che scelti.
Con la progressiva riduzione degli spazi di scelta dell’elettore – e poi con la stagione delle liste bloccate – si è consolidata una prassi precisa: candidati selezionati nelle segreterie e spostati dove serviva, spesso lontano da qualsiasi legame con il territorio. Il risultato è stato un ceto parlamentare che non nasceva da un rapporto politico con gli elettori, ma da una cooptazione interna: volti poco conosciuti, privi di radicamento, presentati in collegi estranei e difficilmente identificabili dagli stessi votanti. Alle politiche del 1994, svoltesi con il Mattarellum, il meccanismo divenne palese: i leader di partito stabilirono motu proprio i candidati, nei collegi uninominali come nella quota proporzionale. Con il sistema successivo, il Porcellum, il processo si accentuò ulteriormente: liste bloccate, nessuna preferenza e una selezione dall’alto che trasformava il parlamentare in un designato. Si disse, con amara ironia, che si poteva candidare perfino il cavallo di Caligola – e forse eletto davvero.
Da allora, il numero dei candidati paracadutati è cresciuto a dismisura. Il paradosso è evidente: il parlamentare nominato partecipa alla presentazione della lista e poi scompare dal territorio. Non incontra gli elettori, non ascolta i bisogni locali, non costruisce alcun rapporto umano o politico. Per sommi capi, molti sistemi elettorali adottati negli ultimi decenni hanno funzionato così: senza preferenze e con candidati calati dalle segreterie. E poi ci si stupisce se cresce la crisi della democrazia rappresentativa. Quando l’elettore non conosce chi lo rappresenta, quando non ha alcun legame con lui e non può premiarlo o punirlo con il voto di preferenza, nasce inevitabilmente la disaffezione. Il cittadino avverte di non contare nulla e finisce per disertare le urne. Al contrario, la preferenza crea un vincolo diretto tra eletto ed elettore, responsabilizza entrambi e restituisce concretezza alla rappresentanza. Non è un caso che i candidati più votati siano spesso quelli radicati nei territori, conosciuti per l’attività amministrativa e politica svolta sul campo.
La crisi della rappresentanza, dunque, non deriva solo da fattori economici e sociali o dalle inefficienze del sistema Paese, ma anche da regole elettorali che comprimono la scelta popolare. Alla luce della nuova proposta di legge elettorale che il governo si appresta a presentare in Parlamento, il nodo torna centrale: il testo, almeno nella sua impostazione attuale, sarebbe ancora privo di preferenze. Una scelta che sorprende, se si pensa che l’attuale premier in passato si era battuta con decisione per reintrodurle. Secondo indiscrezioni, l’assenza deriverebbe dalle resistenze di alcuni alleati di maggioranza, mentre c’è chi assicura che verrà presentato un emendamento correttivo. Attorno alle preferenze, in realtà, aleggia una certa ipocrisia trasversale. L’opposizione le invoca pubblicamente, ma non sempre con convinzione; una parte della classe politica teme infatti che il ritorno al voto diretto incrini equilibri interni e riduca il potere delle segreterie nella selezione delle candidature. Non tutti, del resto, dispongono di un reale radicamento elettorale, e senza quello il rischio di non essere eletti diventa concreto.
Se il nuovo sistema dovesse nascere senza preferenze, il risultato sarebbe la prosecuzione di una prassi già vista: parlamentari nominati più che scelti, paracadutati più che rappresentativi. E allora la lamentela sulla distanza tra cittadini e istituzioni suonerebbe ancora una volta come un alibi. Perché una democrazia che limita la scelta dell’elettore indebolisce sé stessa. Ed è proprio qui che si chiude il cerchio: la crisi della rappresentanza non è un destino inevitabile, ma spesso la conseguenza di regole che la rendono opaca. Restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti non è un dettaglio tecnico: è una questione di sostanza democratica.
