In occasione della Giornata internazionale dei diritti umani, il Parlamento europeo è stato teatro di una forte denuncia contro la drammatica escalation delle violazioni dei diritti umani in Iran. Due conferenze di alto profilo hanno lanciato un appello urgente all’Unione europea affinché adotti una linea più decisa contro il regime di Teheran, denunciando l’aumento senza precedenti delle esecuzioni e la repressione sistematica del dissenso.
Nel 2025 l’Iran ha consolidato il suo primato mondiale per numero di esecuzioni. Secondo organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, nei primi undici mesi dell’anno sono state giustiziate almeno 1.791 persone. La pena di morte continua a essere utilizzata come strumento politico e intimidatorio, colpendo in modo sproporzionato minoranze, oppositori e detenuti politici. Le donne figurano tra le principali vittime: almeno 57 sono state giustiziate nel 2025, mentre 23 detenute sono morte in carcere per negligenza medica e mancanza di cure. Ancora più grave il destino dei prigionieri politici. Behrouz Ehsani, Mehdi Hassani e Mehran Bahramian sono stati impiccati con accuse vaghe come moharebeh o baghi. Altri 17 detenuti politici restano nel braccio della morte, molti accusati di legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI).
Le autorità iraniane mantengono una segretezza quasi totale sulle esecuzioni: meno del 5% viene annunciato dai media statali. Le famiglie spesso vengono informate solo al momento della restituzione del corpo. Le impiccagioni avvengono all’alba, senza preavviso, senza accesso agli avvocati e senza l’ultimo saluto ai familiari, trasformando la pena capitale in uno strumento di terrore di Stato. La tortura resta una pratica diffusa nelle carceri iraniane: percosse, scosse elettriche, sospensioni, minacce sessuali, privazione del sonno e diniego di cure mediche. Le confessioni estorte vengono frequentemente trasmesse dalla televisione di Stato per giustificare condanne severe.
La condanna internazionale si fa sempre più netta. L’Alto commissario Onu per i Diritti umani, Volker Türk, ha definito le esecuzioni “uno strumento di terrore di Stato”. La relatrice speciale Onu, Mai Sato, ha denunciato processi a porte chiuse e l’assenza di garanzie di un giusto processo. Tra novembre e dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una delle risoluzioni più dure degli ultimi anni contro l’Iran.
A Bruxelles, Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), ha dichiarato che il regime degli ayatollah “non è mai stato così vicino al collasso”. Ha chiesto all’Ue di condizionare le relazioni diplomatiche alla fine delle esecuzioni, di inserire IRGC e Ministero dell’Intelligence nelle liste terroristiche e di sostenere un’alternativa democratica fondata sul Piano in dieci punti del CNRI. Il 2025 si conferma così uno degli anni più bui per i diritti umani in Iran. Come ribadito al Parlamento europeo, il silenzio equivale alla complicità: l’Europa non può più restare a guardare.
