Iran, il regime stringe il cappio: strade di sangue a Teheran, ma il potere degli ayatollah vacilla come mai prima

In this frame grab from footage circulating on social media shows protesters dancing and cheering around a bonfire as they take to the streets despite an intensifying crackdown as the Islamic Republic remains cut off from the rest of the world, in Tehran, Iran, Friday, Jan. 9, 2026.(UGC via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

È una carneficina di giovani vite in lotta per la liberazione del proprio Paese, l’Iran, dalla Repubblica islamica, che potremmo definire il nuovo Zahhāk, il mostro serpentino con tre teste e sei occhi che nella mitologia persiana simboleggia l’oppressione.

Il numero dei morti si impenna di ora in ora. Sono oltre 3 mila gridano i medici degli ospedali che sono al collasso in tutte le citta iraniane. “Non c’è posto negli obitori”, lamenta il personale sanitario. A Kahruzak le autorità hanno utilizzato un vecchio carcere per portarvi i corpi dei giovani trucidati. “Gli ayatollah hanno portato l’inferno sulla terra”, gridano le mamme i familiari delle vittime ammassate per le strade.
È terribilmente drammatica ora la vita in Iran. I cadaveri vengono portati via con i camion e le vie sono piene di sangue. Stanno massacrando la gioventù iraniana a fari spenti, facendo affidamento sull’oscuramento di Internet e sulla codardia della comunità internazionale. A compiere i massacri sono le milizie mercenarie sciite fatte affluire in Iran dalla guida suprema Khamenei, in particolare dall’Iraq, dal Libano e dall’Afghanistan.

Le milizie irachene affiliate al regime iraniano di Kata’ib, Hezbollah, Harkat al-Nujaba, Sayyid al-Shuhada e Badr sono impiegate in prima linea per la brutale repressione dei manifestanti. Il processo di trasferimento di queste forze avviene attraverso tre valichi di frontiera e la sua copertura ufficiale è descritta come un “pellegrinaggio ai luoghi sacri dell’Imam Reza a Mashhad”, ma in realtà queste milizie si radunano nella base di Khamenei ad Ahvaz e vengono poi inviate in varie regioni per partecipare alla più violenta repressione mai messa in atto finora. Il regime sta facendo affluire veri e propri criminali jihadisti nel Paese per mettere in atto le uccisioni di massa e la feroce repressione che non è finora riuscita a soffocare l’insurrezione popolare a cui stiamo assistendo. Intanto Khamenei sembra posseduto da un’angoscia paranoide e non si fida del tutto del Corpo dei guardiani della rivoluzione.

Si parla di esecuzioni di massa dei manifestanti che avvengono direttamente per strada senza che vi siano nemmeno degli arresti. I corpi dei giovani ribelli vengono portati in strutture ad hoc per occultarne i cadaveri, le sparizioni sono diverse centinaia. Negli ospedali la situazione è orribile e disumana: giungono numerose segnalazioni di irruzione delle forze paramilitari negli ospedali con l’uso di gas lacrimogeni anche al loro interno per spezzare la resistenza del personale sanitario e delle famiglie dei feriti. I manifestanti feriti vengono dunque arrestati direttamente negli ospedali. Molti feriti sono stati colpiti alla testa con fucili a pallettoni, dicono i medici e, a causa dell’interruzione delle linee telefoniche, non è stato nemmeno possibile contattare chirurghi specialisti. Si registrano gravi carenze di sangue, di attrezzature chirurgiche e soprattutto di specialisti in oftalmologia. Le vittime con lesioni agli occhi sono numerose e non esistono strutture ospedaliere specializzate sufficienti per affrontare questi casi.

Nella città di Abdanan l’insurrezione è stata repressa in modo sanguinoso; un evento che è diventato noto come il “Sabato di sangue di Abdanan”. Le forze dei Pasdaran hanno attaccato la popolazione sparando con le mitragliatrici. Anche nelle province di Lorestan e Kermanshah, abitata da curdi e lori, si sono svolte manifestazioni su larga scala, accompagnate da uccisioni altrettanto brutali. Perfino le cerimonie commemorative delle persone uccise diventano teatro di altre uccisioni perché le autorità non vogliono che si trasformino in occasioni di protesta. Per questo motivo si rifiutano persino di consegnare i corpi alle famiglie. La popolazione non è più in grado di procurarsi beni di prima necessità e può fare acquisti solo in contanti. Tutti i distributori di carburante sono chiusi, poiché a causa del blackout di internet non è possibile utilizzare le carte bancarie. Sono pochi i ripetitori Starlink rimasti attivi, circa uno ogni capoluogo, ma il blackout di internet non può continuare a lungo, poiché anche istituzioni dello stesso apparato statale sono rimaste paralizzate.

Oggi, la Repubblica Islamica dell’Iran è sull’orlo di una controrivoluzione. La storia suggerisce che i regimi crollano non a causa di singoli fallimenti, ma a causa di una fatale confluenza di fattori di stress. Quelli rappresentati da una spaventosa crisi economico-monetaria, da élite divise, da una coalizione di opposizione diversificata ma unita nell’obiettivo finale, da una narrazione convincente della resistenza e da un contesto internazionale favorevole. Quest’inverno, per la prima volta dal 1979, dopo 47 anni, l’Iran soddisfa tutte queste cinque condizioni.