La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha un osservatore molto interessato: la Cina. Pechino ha ribadito la sua linea: quella del ritorno al negoziato sul programma nucleare e della fine immediata del conflitto. Ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha sentito al telefono l’omologo israeliano, Gideon Sa’ar, sottolineando la contrarietà di Pechino agli attacchi contro l’Iran ed esortando a una soluzione negoziale che eviti che l’incendio innescato diventi indomabile. Poche ore prima, la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, aveva affermato la ferma condanna cinese per “le ingenti perdite civili causate dagli attacchi statunitensi e israeliani”. E la funzionaria della Repubblica popolare ha aggiunto un altro elemento: la richiesta da parte di Pechino di “mantenere la sicurezza delle rotte di navigazione nello Stretto di Hormuz e impedire un impatto più grave sull’economia globale”.
Il blocco dello Stretto di Hormuz
La questione, per il governo cinese, è fondamentale. Il petrolio che passa per Hormuz va in larga parte nei mercati asiatici. E la Repubblica popolare non è solo il migliore cliente dell’Iran, ma anche un grande fruitore di oro nero delle monarchie del Golfo. Bloccare quel “collo di bottiglia”, diventerebbe quindi un gioco pericoloso. E se da un lato i funzionari cinesi premono sui partner iraniani per evitare mosse azzardate, dall’altro lato devono convincere Israele e Stati Uniti a interrompere le ostilità.
La Cina ha aumentato l’acquisto del petrolio
Gli esperti hanno già segnalato che la Cina ha aumentato in questi ultimi mesi gli acquisti di petrolio (in larga parte come scorte) e che questo la rende immune da shock su Hormuz nel breve periodo, a differenza degli Usa di Trump soggetti a un’inflazione che ha già punito il consenso del presidente. Tuttavia, la perdita di un fornitore in America Latina (cioè il Venezuela di Nicolas Maduro) e la potenziale fine di un partenariato strategico come quello siglato con l’Iran, mettono Xi Jinping in una posizione scomoda.
Trump in Cina
Partita difficile, quella del leader cinese, che in questi giorni sta anche iniziando a preparare il prossimo vertice con Trump. Il viaggio del presidente Usa in Cina è previsto dal 31 marzo al 2 aprile, giorni in cui, nelle idee di The Donald, dovrebbe anche essere finito il conflitto in Iran. I funzionari di Pechino e Washington si incontreranno prima per discutere dei possibili accordi tra i due leader. Ma se il tema centrale riguarda i dazi e gli investimenti reciproci, la crisi in Medio Oriente rischia di diventare un dossier incandescente e apre la strada anche ad altre trattative tra le due superpotenze.
La Casa Bianca, in questi mesi, ha parlato della necessità di un accordo sulle armi nucleari che coinvolgesse non più solo la Russia, ma anche la Cina. Trump ha più volte posto il tema dei minerali critici, spesso monopolio di Pechino. Ma proprio questo elemento, il controllo di quelle risorse e della loro catena di approvvigionamento, rientra nel calcolo di Xi sulla crisi in Iran. Secondo il Guardian, infatti, il rapido esaurimento degli arsenali aiuta chi detiene il controllo di alcuni minerali indispensabili per l’industria bellica. E, come spiega il quotidiano britannico, la Cina è un fornitore imprescindibile per la difesa degli Stati Uniti. Inoltre, con la Casa Bianca impegnata o distratta dalla guerra in Medio Oriente e poi dalle elezioni di Midterm, la Repubblica popolare potrebbe di nuovo aumentare la pressione su Taiwan. Soprattutto se il Pentagono sarà costretto a spostare altre navi e munizioni dal Pacifico al Golfo Persico.
