Si preparerebbe per l’Iran il modello Venezuela? Il principe in esilio Reza Ciro Pahlavi sarà a Mar-a-Lago martedì 13 gennaio per incontrare Trump e Netanyahu. L’ora della Repubblica islamica sta per scoccare. Il regime degli ayatollah sembra essere giunto all’ultima fermata e sta per arrivare al capolinea.

Gli Stati Uniti e Israele controllano già una parte dei cieli iraniani e in questi ultimi giorni abbiamo assistito al trasferimento di forze e mezzi aerei al confine tra Iraq e Iran, probabilmente per tenere sotto minaccia il regime mentre un oceano di manifestanti, si parla di diversi milioni, stanno invadendo centinaia di città iraniane, anche quelle tra le più importanti, per prenderne il controllo. Quello statunitense potrebbe in queste ore diventare uno scudo militare sui cieli iraniani a protezione della popolazione che è insorta. Gli ayatollah si preparerebbero alla fuga. In queste ore starebbero organizzando un piano di emergenza. Sono in allestimento diversi voli cargo russi per spostare beni, personale e familiari.

Mosca ha evacuato la sua ambasciata in Israele, facendo allontanare i dipendenti e le famiglie del corpo diplomatico da Israele, temendo un’ultima reazione di Teheran. Secondo il Cremlino, infatti i guardiani della rivoluzione potrebbero lanciare nei prossimi giorni attacchi preventivi su Tel Aviv. Ali Khamenei, secondo l’intelligence Usa ha da tempo progettato un piano di emergenza per lasciare l’Iran e trasferirsi in Russia. Secondo il Times, questo piano alternativo verrebbe attivato nel caso in cui il leader della Repubblica Islamica ritenesse che l’esercito, i guardiani della rivoluzione e le milizie mercenarie, fatte affluire dall’Iraq, dal Libano e dall’Afghanistan, ingaggiate per reprimere gli insorti, dovessero collassare sotto la furia dei manifestanti, o disobbedire o nel caso in cui non fossero in grado di eseguire i gli ordini ricevuti. Khamenei intenderebbe lasciare Teheran con una cerchia ristretta di circa 20 familiari e suoi stretti collaboratori, tra cui suo figlio Mojtaba.

La guida suprema è descritta come un leader “paranoico”, un tratto che ha contribuito a plasmare il suo piano di uscita. “Da un lato, è profondamente ideologico, dall’altro è pragmatico nei suoi calcoli, accettando compromessi tattici per un obiettivo più ampio e a lungo termine”. Il suo tentato assassinio del 1981 rafforzò la sua convinzione di avere una missione divina: guidare l’Iran, affrontare Israele e l’Occidente e preservare il regime a tutti i costi. Decine di città sono già state liberate dalle amministrazioni della Repubblica islamica. Liberata anche la città di Ahvaz, capoluogo della provincia di Khoozestan, dove l’Iran possiede numerosi giacimenti petroliferi e raffinerie. È finita in mano agli insorti il centro di Mashhad, la terza città più popolosa dell’Iran. “Mashhad liberata”, “Morte a Khamenei”, ha gridato la folla. “Questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando”. “Trump, fai presto!”, si grida per le vie delle città iraniane. I manifestanti non vengono più nemmeno arrestati, vengono direttamente fucilati per le strade, come a Kangan, nella provincia di Bushehr, nell’Iran meridionale. Si registrano centinaia di rapimenti, torture indicibili e di impiccagioni. “Presidente Trump fai presto!” “Trump, ti stiamo aspettando, vieni a liberarci!”, “Via i mullah!”, gridano. “Presto l’Iran sarà libero!” I manifestanti chiedono un’azione che fermi le uccisioni, cacci via gli ayatollah dal paese e che la macchina repressiva del regime si fermi per sempre, ponendo fine al terrore come strumento di oppressione.

Un video si è diffuso in Rete diventando una delle tantissime immagini sconvolgenti della straordinaria resistenza delle donne e degli uomini che stanno dando vita alla Rivoluzione per la liberazione dell’Iran dall’orrifica Repubblica islamica. Una donna con una vistosa ematemesi dalla bocca grida: “Io non ho paura della morte, sono morta da 47 anni”. I giovani stanno via via abbattendo tutti i simboli del regime, dalle statue dei Qasem Soleimani, l’ex comandante delle Forze Qods delle guardie rivoluzionarie ucciso da un drone del Pentagono il 3 gennaio 2020 e le effigie di Khomeini e Khamenei.

Il regime sta facendo disperatamente ricorso anche a milizie mercenarie irachene, afgane e libanesi nell’estremo tentativo di soffocare le rivolte. Circa 800 miliziani sciiti iracheni sono stati inviati in Iran per reprimere la popolazione in rivolta. Le milizie irachene affiliate al regime iraniano di Kata’ib Hezbollah, Harkat al-Nujaba, Sayyid al-Shuhada e Badr sono impiegate in prima linea per la brutale repressione dei manifestanti. Il processo di trasferimento di queste forze viene effettuato attraverso i tre valichi di frontiera di Shalamcheh, Chazhabeh e Khosravi, e la sua copertura ufficiale è descritta come un “pellegrinaggio ai luoghi sacri dell’Imam Reza a Mashhad”, ma in realtà queste forze si radunano nella base di Khamenei ad Ahvaz e vengono poi inviate in varie regioni per partecipare alla più violenta repressione delle proteste, mai messe in atto finora.