Iran sotto pressione tra Proteste, riarmo e rischio attacco preventivo: regime ayatollah sull’orlo del baratro

Protesters march in downtown Tehran, Iran, Monday, Dec. 29, 2025. (Fars News Agency via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Una nuova ondata di proteste sta scuotendo l’Iran, alimentata dal crollo della valuta nazionale, dall’inflazione galoppante, dalla tremenda crisi idrica e dal crescente malcontento sociale di commercianti e cittadini. La crisi economica ha portato migliaia di manifestanti nelle strade di Teheran e di altre grandi città come Isfahan, Shiraz e Mashhad, dove le forze di sicurezza hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere le folle.

Il dato economico è allarmante: il rial ha perso una parte significativa del suo valore dopo la guerra di giugno con Israele, con l’inflazione che ha superato il 40% e con beni essenziali diventati inaccessibili per molte famiglie. Questo crollo è stato accompagnato da scioperi di bazaar e proteste studentesche, mentre alcuni manifestanti invocano slogan, impensabili fino a poco tempo fa, come “Morte al dittatore”, che riflettono una crescente avversione verso il regime degli ayatollah.

Le proteste, inizialmente focalizzate sulle condizioni economiche, stanno infatti assumendo connotazioni più ampie. La situazione economica, aggravata da sanzioni internazionali e dalla perdita di fiducia nei mercati, contribuisce a una crisi di legittimità interna senza precedenti. Il governatore della Banca centrale si è dimesso in seguito alle proteste, mentre aumentano le richieste di riforme e maggiore trasparenza. In diverse piazze risuonano richiami alla monarchia e alla figura dello Scià, così come inviti alla fine dell’attuale leadership. Questo tipo di slogan segnala la percezione tangibile del deterioramento della legittimità del regime.

In questo clima di instabilità interna, la Repubblica Islamica affronta parallelamente crescenti timori esterni. Rapporti di intelligence indicano che l’Iran sta potenziando non solo la produzione di missili balistici, ma anche lo sviluppo di armi non convenzionali. Fonti militari segnalano che i Pasdaran stanno lavorando su testate chimiche e/o biologiche destinate ai missili a lungo raggio, un progetto che sarebbe stato accelerato negli ultimi mesi, per timore di un nuovo confronto diretto con Israele o gli Stati Uniti. Queste attività coincidono con l’incontro che si è tenuto in Florida tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Entrambi i leader hanno ribadito che un eventuale ritorno di Teheran alla piena produzione di missili o al programma nucleare costituirebbe una minaccia che “dovrà essere neutralizzata immediatamente”. Trump ha autorizzato di fatto Gerusalemme ad agire quando lo riterrà opportuno.

Teheran, da parte sua, fa sapere che il proprio programma missilistico è esclusivamente difensivo e non negoziabile. Un consigliere del leader supremo ha avvertito che qualsiasi aggressione sarà contrastata con una risposta “severa e immediata”, riflettendo la determinazione della leadership a non apparire vulnerabile. In parallelo, alcuni media internazionali riportano che servizi di intelligence occidentali hanno osservato movimenti insoliti di unità del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, interpretati come preparativi per scenari di conflitto più ampio. Sembrerebbe anche che sia in atto un ponte aereo per trasportare rapidamente armamenti tra la Bielorussia e l’Iran. La notizia, se confermata, renderebbe il quadro ancora più preoccupante.

In definitiva, Teheran si trova sotto una duplice pressione: un fronte interno di insoddisfazione crescente, dovuto a difficoltà economiche acute, e un fronte esterno di tensioni geopolitiche elevate con Israele e gli Stati Uniti. In uno scenario così instabile, il rischio di una nuova escalation militare rimane alto, e le ripercussioni di una decisione di questo tipo potrebbero avere effetti duraturi sull’equilibrio di potere nel Medio Oriente.