Iran, una rivolta per il cambiamento: L’Europa la ignora, Israele no

Supporters of the National Council of Resistance of Iran rally outside the White House for regime change in Iran, Wednesday, Dec. 31, 2025, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Scendono in piazza i persiani. Rischiano la vita, a milioni. E l’Europa sta a guardare. Ancora una volta. L’odio per Israele – condiviso dal regime di Teheran, dai suoi proxy regionali e da una parte rumorosa dei pro-Pal di casa nostra – sembra più forte dell’amore per la libertà, la democrazia, i diritti. È una cecità selettiva, ideologica. E oggi pesa come una colpa.

Al quinto giorno di mobilitazione, proviamo a fare ordine. Quella che attraversa l’Iran dalla fine di dicembre non è una fiammata improvvisa o confusa. È una sollevazione consapevole e determinata. Da Teheran ad almeno diciassette province, uomini e donne sfidano apertamente la Repubblica islamica, spezzando una barriera della paura che sembrava invalicabile. Nei regimi autoritari l’economia è solo l’innesco. Il disagio materiale diventa rapidamente coscienza politica. Gli slogan non chiedono riforme cosmetiche: invocano la fine del sistema. «Morte al dittatore». Dirlo, in Iran, significa esporsi al carcere, alle percosse, talvolta ai proiettili. Il dato decisivo non è solo la diffusione geografica, ma la composizione delle proteste. Studenti, commercianti, lavoratori, camionisti. Le università tornano fucine di dissenso, i bazar chiudono e le piazze si riempiono: la paura sta cambiando campo.

La risposta del potere è quella di sempre. Gas lacrimogeni, idranti sotto zero, arresti di massa, munizioni vere nelle periferie. E la propaganda: complotti esterni, “media sionisti”, infiltrazioni. Fuori dall’Iran, però, Israele rompe l’ambiguità e sceglie di stare apertamente dalla parte del popolo iraniano. Un profilo in lingua persiana del Ministero degli Esteri pubblica una vignetta potente: il leone e il sole, simboli della bandiera pre-1979, con la zampa su una clessidra che schiaccia l’emblema della Repubblica islamica. La ministra israeliana della Scienza e della Tecnologia Gila Gamliel pubblica un video di sostegno e un’immagine – generata con intelligenza artificiale – di una folla che sventola la bandiera con il leone e il sole. «Sono al fianco del popolo iraniano».

Il contrasto con l’Europa è impietoso. Israele, accusato quotidianamente di ogni male, sostiene chi combatte una teocrazia repressiva. L’Europa dei diritti resta prigioniera di un riflesso ideologico che la porta a diffidare più di chi difende la libertà che di chi la calpesta. C’è poi un elemento politico nuovo: il riferimento sempre meno timido a un’alternativa. Il nome di Reza Pahlavi compare negli slogan, come simbolo di una possibile transizione. Che sia lui o no il futuro dell’Iran, il punto è un altro: i manifestanti non chiedono il vuoto, ma un domani diverso, nazionale e democratico insieme. L’ex parlamentare della Margherita, Gianni Vernetti, fotografa l’ipocrisia occidentale senza sconti: «Piazze vuote, porti vuoti, nessuna flotilla per salvare le ragazze e i giovani in Iran. Un regime islamico brutale ha eseguito 1922 condanne a morte solo nel 2025; massacra le ragazze che si levano il velo; reprime ogni minoranza; esporta terrorismo; i suoi droni uccidono civili in Ucraina. E nessuna indignazione organizzata». Sulla stessa linea Matteo Renzi: «Il regime iraniano sta massacrando i giovani che protestano, come fa da mezzo secolo. Nel 79 l’Europa e gli USA sbagliarono nel giudicare l’avvento di Khomeini. Il mondo non può stare ancora dalla parte sbagliata: che il 2026 sia l’anno della libertà per Teheran».

La domanda, brutale, arriva dal senatore Pd, Filippo Sensi: «Sull’Ucraina niente manifestazioni perché non ce ne frega niente degli ucraini che muoiono per la nostra libertà e democrazia. Sull’Iran come siamo messi? Ci interessa che studenti e donne si sollevino contro il regime? O è politicamente scorretto?». La risposta del leader di Azione Carlo Calenda è una diagnosi severa dell’Occidente: «Abbiamo cancellato l’epica e l’eroismo, e non sappiamo più riconoscerli negli ucraini, negli iraniani, nei georgiani. Abbiamo ereditato la libertà senza meritarla. Ma tutto questo va combattuto». La rivolta iraniana non è lontana. È uno specchio. Dice chi siamo, e da che parte stiamo. Anche quando fingiamo di non vedere.