Israele-Iran, veto totale sui missili balistici di Teheran. Lo Stato ebraico vuole scongiurare un nuovo 7 ottobre

This image provided by U.S. Central Command shows the Arleigh Burke-class guided-missile destroyer USS Bulkeley (DDG 84) firing a Tomahawk Land Attack Missile (TLAM) in support of Operation Epic Fury, on Saturday, Feb. 28, 2026. (U.S. Navy via AP)

Sul Wall Street Journal è apparso un articolo del giornalista israeliano Amit Segal che merita di essere letto con attenzione. Non solo per la qualità dell’analisi, ma perché aiuta a comprendere il profondo cambiamento della strategia israeliana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. 

Prima di quella data, Israele aveva scelto la strategia del contenimento in cambio di un po’ di quiete. L’idea era quella di gestire una tensione permanente nella convinzione che, prima o poi, i suoi nemici avrebbero rinunciato ai loro propositi distruttivi. Israele pensava di poter convivere con l’ostilità degli avversari senza essere trascinato in un conflitto totale. Per anni, infatti, ha risposto ai razzi lanciati da Gaza o dal Libano con operazioni limitate e mirate. Forte della propria superiorità militare, riteneva che quelle operazioni fossero sufficienti a ristabilire la deterrenza e a scoraggiare attacchi più ambiziosi. Ma, osserva Segal, proprio questa moderazione ha prodotto l’effetto opposto. La politica di contenimento non ha intimidito i nemici di Israele; al contrario, li ha incoraggiati a pianificare attacchi militari su larga scala.

Dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, deciso per sottrarsi a una guerra di logoramento, e poi quello dal Libano meridionale, dove il prezzo era di circa venti caduti l’anno, Israele aveva deciso di evitare operazioni preventive, scegliendo di non colpire sistematicamente la leadership di Hamas ed Hezbollah. Il risultato è stato di ritrovarsi, appena oltre i confini, una rete sotterranea di tunnel senza precedenti e un’organizzazione armata, come Hezbollah, tra le più potenti al mondo. Tutto ciò ha reso possibile il 7 ottobre: l’invasione del territorio israeliano, il massacro deliberato di civili, i rapimenti. Non un’incursione improvvisata, ma un’operazione militare preparata con metodo. Quel giorno ha segnato la fine della politica di contenimento.

La lezione che Israele ha imparato è che, nel suo caso, quando un nemico, come l’Iran, dichiara apertamente di volerti distruggere, spesso lo intende davvero. Espressioni come “Morte all’America” o “Morte a Israele” non sono solo slogan propagandistici, ma possono diventare piani operativi. Per Israele non esiste più un “modus vivendi” con organizzazioni come Hamas o Hezbollah o con un regime come quello degli ayatollah. Sa che non è più possibile neutralizzare quelle intenzioni di annientamento tramite accordi informali, garanzie internazionali o concessioni economiche. Per capire la politica israeliana di oggi e la durezza delle sue scelte bisogna, quindi, partire da qui. Israele non può accettare che l’Iran disponga di migliaia di missili balistici quando ognuno di quei missili può colpire città e uccidere civili. Né può accettare la sopravvivenza di un regime che ha finanziato con miliardi di dollari l’anno i suoi principali nemici confinanti, Hezbollah e Hamas.

L’America di Obama credeva di poter placare le ambizioni egemoniche di Teheran con incentivi economici. L’America di Biden, durante le operazioni militari a Gaza, spingeva Netanyahu verso accordi che avrebbero lasciato Hamas al potere nella Striscia. Dopo il 7 ottobre, secondo l’analista Amit Segal, per Israele tutto questo non è più accettabile.