È stata presentata come una strepitosa indiscrezione rivelata dal New York Times l’altro giorno, ma in realtà l’argomento circolava da settimane: l’ipotesi che Hamas, in una prima fase del possibile disarmo, potesse mantenere le “armi leggere” era sul tavolo da tempo, ben prima che la testata statunitense ne facesse menzione.
Apparentemente minore, la questione è in realtà decisiva. Chiunque capisce, infatti, che le formazioni terroristiche di Gaza operano anche – ma davvero non solo – usando razzi e granate. Il macello del 7 ottobre è stato fatto perlopiù con armi leggere, e a impedirne la ripetizione non sarebbe davvero un disarmo limitato a mortai e RPG. Una specie di licenza provvisoria al “porto di kalashnikov” non servirebbe a limitare le capacità offensive di Hamas, ma a legittimare l’uso di quelle armi non meno micidiali giusto perché singolarmente meno potenti di un missile.
Non è detto che non ci sia del vero nell’ipotesi che, in vista dell’attivazione della Fase 2 del Piano per Gaza, l’amministrazione statunitense possa essere indotta a considerare quella soluzione compromissoria, giusto come al tempo degli accordi per la tregua acconsentì che Hamas svolgesse funzioni di “polizia” (che si esercitarono con le esecuzioni di piazza dei presunti “traditori”). Ma è a dir poco improbabile che Israele, se pure accettasse una simile soluzione, collaborerebbe in qualsiasi modo a una fase attuativa di un Piano che prevedeva tutt’altro, e cioè l’incondizionata smilitarizzazione della Striscia. Appare cioè inverosimile che Benjamin Netanyahu – che ieri ha formalmente aderito al cosiddetto Board of Peace riconosciuto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – consideri con qualche serietà uno sviluppo dell’operazione che preveda di lasciare i fucili in mano a migliaia di palestinesi intenzionati ad adoperarli.
È ben vero che il viaggio negli Stati Uniti del primo ministro israeliano era motivato – come lui stesso ha dichiarato – dall’urgenza di discutere una pluralità di dossier, in primo luogo quello iraniano. È vero, cioè, che in qualche modo tutto rinvia a Teheran perché la guerra dei dodici giorni contro l’imminenza nucleare della Repubblica Islamica aveva bensì tamponato quel pericolo supremo, ma non il resto delle capacità offensive iraniane. A cominciare dal progetto balistico – addirittura intercontinentale – che pericolosissimamente compenserebbe i colpi di mesi fa sui siti di arricchimento dell’uranio.
È vero, insomma, che l’esigenza di schiacciare la testa del serpente iraniano era – e continua a essere – sulla cima delle priorità non solo israeliane, ma anche di Trump. Ma non è meno vero che il serpente ha deposto le uova dappertutto, e il nido di Gaza ne è ancora pieno. Pensare che, schiudendosi, rappresenterebbero un problema minore – e soltanto di Israele – significherebbe accantonare il principio che fu alla base della risoluzione per il Piano di pace. Vale a dire che Gaza, così com’è, è un pericolo per l’intera regione e per tutti i Paesi circostanti.
