Problema politico e comunicativo
Israele, perché la pena di morte è un errore di comunicazione: più odio contro lo Stato ebraico
La guerra si combatte anche sul terreno dell’opinione pubblica. L’ok alla pena di morte rischia di rafforzare una narrazione già ostile
La Knesset ha approvato una legge che introduce la possibilità della pena di morte per i terroristi. È una decisione destinata a far discutere, e non poco. Non tanto – o non solo – per il merito della scelta, quanto per le conseguenze che produrrà sul piano dell’immagine internazionale di Israele. Si può essere favorevoli o contrari alla pena capitale. Personalmente ritengo che, in un sistema penale evoluto, essa non sia uno strumento accettabile. Ma questa è una posizione opinabile, legata a sensibilità giuridiche e culturali. C’è però un dato che non lo è: Israele ha mostrato una grave debolezza nella comunicazione verso l’esterno.
Un errore strategico evidente
Mentre sul terreno conduceva un conflitto durissimo contro Hamas, sul piano mediatico non ha contrastato a sufficienza una narrazione spesso distorta, quando non apertamente falsa. Immagini decontestualizzate, numeri incontrollabili, accuse ripetute senza verifica: una campagna che ha progressivamente eroso il consenso internazionale, soprattutto in Occidente. In questo contesto già compromesso, l’introduzione della pena di morte rappresenta un errore strategico evidente. Perché, a differenza di molte accuse circolate negli ultimi mesi, questa volta il fatto è reale, verificabile, difficilmente contestabile. Non si tratta di interpretazioni o ricostruzioni controverse: è una legge votata dal Parlamento israeliano.
Pena di morte argomento emotivo e divisivo
Ed è proprio qui il punto. La forza della notizia non sta tanto nei suoi effetti concreti – che restano per ora limitati e comunque inseriti in un contesto di guerra – quanto nel suo impatto simbolico. La pena di morte è, per definizione, uno degli argomenti più emotivi e divisivi. Evoca immediatamente immagini di giustizia sommaria, di Stato punitivo, di arretramento civile. È un terreno su cui la difesa è difficilissima. Israele potrà spiegare le ragioni della scelta: la necessità di impedire futuri scambi di prigionieri, il timore che terroristi condannati possano tornare a colpire, la specificità di una guerra combattuta contro un’organizzazione che non riconosce alcuna regola. Sono argomenti comprensibili, in parte anche fondati. Ma difficilmente basteranno a neutralizzare l’impatto della misura.
Problema politico e comunicativo
Perché nel dibattito pubblico internazionale non prevale sempre la complessità. Spesso vince ciò che è più semplice, più immediato, più emotivamente potente. E la pena di morte, da questo punto di vista, è un’arma comunicativa formidabile per chi vuole colpire Israele. Il problema, quindi, non è solo giuridico o morale. È politico e comunicativo. Dopo mesi in cui lo Stato ebraico ha subìto una pressione mediatica senza precedenti, questa scelta rischia di rafforzare ulteriormente una narrazione già ostile, offrendo un argomento difficilmente confutabile. In guerra non si combatte solo sul campo. Si combatte anche sul terreno dell’opinione pubblica. E su questo fronte, ancora una volta, Israele sembra aver commesso un errore.
© Riproduzione riservata





