Nella vecchia Italia, quella liberale, che lottava contro i fantasmi delle proprie sconfitte, si era soliti dividere i leader, i capi, in due categorie: quelli affetti dal complesso di Adua e quelli che ne erano immuni. Adua per loro assumeva l’immagine vivida della sconfitta del disonore e si traduceva politicamente in quella paura raggelante che impedisce di assumere posizioni forti.
Nacque allora l’immagine falsa e autodistruttiva dell’“Italietta”, a scherno di ogni ambizione politica che provava a rompere quel muro fatto di timori e che limitava la crescita internazionale dell’Italia, nata da soli cinquant’anni. Poi venne Giovanni Giolitti, sconfisse l’Impero Ottomano e conquistò la Libia, quello “scatolone di sabbia” – oggi sappiano quanto fu falsa quell’affermazione – cogliendo l’attimo, cosi come fece Cavour in Crimea. Noi non scegliamo l’epoca in cui viviamo, possiamo subirla, governarla o cavalcarla. Possiamo essere spettatori di ciò che accade o protagonisti attivi, artefici in senso costruttivo del nostro destino. Se scegliamo di essere spettatori, come qualcuno vorrebbe, allora dobbiamo convivere già da ora con la consapevolezza che il mondo che verrà fuori dal caos, ci vedrà esclusi, marginali, limitrofi e dunque ininfluenti. Se, al contrario, scegliamo la via della partecipazione attiva, del protagonismo calibrato – che non è un salto nel vuoto o un folle arrembaggio – assumendoci i rischi politici e storici, poniamo le basi di qualcosa di diverso, in cui giocheremo le nostre carte.
Ma non possiamo sostituire un complesso ad un altro, da Adua a Kabul fino a Baghdad, vivendo trincerati nelle nostre paure. Non possiamo permettere che i moralismi si sostituiscano alla realpolitik e che il mondo ci scorra davanti mentre il nostro destino viene delegato ad altri. Chi non lo comprende è fuori dal tempo in cui viviamo e rischia di penalizzare il nostro presente e di più il nostro futuro. Perché chiunque abbia una connessione con la realtà, sa bene che l’Iran non è solo una minaccia per Israele, per il Golfo e per gli interessi degli Stati Uniti, ma è una minaccia per tutti. Perché un regime che ha pianificato l’uccisione indiscriminata di civili per contrastare un accordo diplomatico, come può essere definito nell’ottica di quel diritto internazionale da tanti brandito come dogma? Come si può considerare un’organizzazione terroristica come Hezbollah che può colpire l’Europa e l’Italia in qualsiasi momento dal Libano? Vogliamo veramente che il falso moralismo paventato da tanti intellettuali “agé” e da visioni politiche limitate e di parte possa essere il freno e la bussola della nostra politica estera? Oppure vogliamo finalmente archiviare la stagione dell’attendismo, mettendo in atto quel protagonismo teorizzato e praticato. Non è forse nel nostro “interesse” difendere gli interessi italiani e l’influenza italiana in Libano e Medio Oriente?
Questa guerra non è stata generata dall’Occidente, ma dall’odio di un regime che ha temuto di perdere la sua influenza e ha armato una piovra che con i suoi tentacoli ha destabilizzato l’intera regione. L’Italia non è la Spagna, e Sánchez non è un modello, benché in tanti lo invochino. L’Italia non può permettersi di vedere un Paese europeo come Cipro aggredito e restare inerte. Non è solo una questione di difesa dei confini internazionali, ma di percezione, e di necessità storica. Questo è il momento. Italia Carpe Diem!
