Esteri
La CISL manifesterà contro il regime degli ayatollah. La manifestazione del 23 gennaio davanti all’ambasciata
Finalmente un’iniziativa sindacale nazionale rompe il silenzio e chiama le cose con il loro nome. Il 23 gennaio, sotto l’ambasciata iraniana, la CISL manifesterà contro il regime degli ayatollah. E’ un atto politico e civile di solidarietà verso un popolo che da quasi cinquant’anni vive sotto un oscurantismo feroce: prima privato dei diritti, poi delle libertà, oggi persino della sussistenza. Giovani, lavoratori, donne, cittadini comuni pagano il prezzo di un dissidio ormai insanabile con un potere che risponde esclusivamente con torture, carcere ed uccisioni.
La brutalità del regime iraniano è rimasta a lungo ai margini dell’attenzione europea ed italiana. Non per distrazione, ma per precise convergenze. Da un lato, il legame ideologico tra una parte della sinistra radicale, oggi riplasmata in chiave populista, e Teheran, che ha trascinato non poche volte con sé anche settori della sinistra moderata come in Italia, prigionieri del bipolarismo coatto. E’ la storia triste che conosciamo. Hamas, Houthi, Hezbollah: pedine armate dagli ayatollah, trattate come crediti politici nel vecchio album della guerra fredda, oggi rispolverato in funzione anti-occidentale. A tutto questo si aggiunge la disinformazione, che colpisce i più giovani, in assenza di adeguati luoghi di confronto e di discussione. Le innumerevoli violenze e provocazioni nelle università operate per evitare contraddittori, sono la prova.
Dall’altro lato pesa l’atteggiamento di ambienti economici legati al fossile, inclini a mettere sotto pressione i grandi Paesi produttori di gas e petrolio solo quando conviene. Un sistema mediatico condizionato finisce così per accorgersi dell’Iran, come del Venezuela, soltanto davanti a eventi clamorosi. È così che si spiegano le piazze piene per i boia e i silenzi assordanti per le vittime. In questo quadro, la scelta della CISL appare coerente con una storia che non ha mai ammiccato agli autocrati. Non si può dire lo stesso della CGIL, mobilitata a favore di Hamas e colpevolmente indifferente verso il popolo iraniano. Eppure il sindacalismo conosceva bene la linea di confine tra democrazia e dittatura. La pedagogia della libertà faceva parte integrante dell’azione internazionale del movimento dei lavoratori.
L’abbassamento della tensione culturale ha finito per favorire anche l’azione dei troll dei regimi e comportamenti anomali, a destra come a sinistra, dove alcuni si mostrano più attenti agli interessi di potenze ostili che a quelli nazionali ed europei. Serve una discussione profonda nelle associazioni dei lavoratori e nella società civile nel suo insieme. Gli italiani devono smascherare i propri cavalli di Troia, soprattutto nel momento in cui l’Europa è chiamata ad attraversare il suo Rubicone, se vuole contare davvero. Un sindacato libero da condizionamenti anti-europei, saldo nella difesa delle libertà individuali e collettive, può tornare a essere un presidio decisivo, dove la distinzione tra libertà e schiavitù non è stata mai negoziabile.
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