"Per Israele vale spesso un processo alle intenzioni"
La condanna a morte che divide Israele, Elber: “Riflesso del 7 ottobre, molti cittadini contrari dopo il massacro hanno cambiato idea”
La proposta nata come deterrente contro il terrorismo è giuridicamente incerta molto contestata nella Knesset e nella società israeliana: rimarrà inapplicabile?
David Elber, storico del Medio Oriente e analista delle istituzioni israeliane, osservatore attento dei rapporti tra sicurezza e democrazia. Da anni segue il dibattito interno allo Stato ebraico su terrorismo, legislazione penale e diritti fondamentali. Con lui proviamo a capire cosa sta accadendo oggi in Israele su uno dei temi più divisivi: la pena di morte.
Qual è oggi lo stato del dibattito in Israele sulla pena di morte: si tratta di una discussione politica concreta o prevalentemente simbolica?
«In Israele oggi, come in passato, il dibattito sulla pena di morte è molto acceso e il Paese si è spaccato su questo tema. L’atto genocida compiuto dai palestinesi di Hamas il 7 ottobre ha profondamente scosso la società israeliana. Molti cittadini, anche tra coloro che erano assolutamente contrari alla pena capitale, si sono chiesti che senso avesse tenere i terroristi palestinesi per anni nelle carceri, per poi vederli liberati negli scambi con i rapiti israeliani. Questo da un lato incentiva i sequestri, dall’altro incoraggia nuovi atti di terrorismo contro civili inermi. Basti pensare che molti degli “architetti” del 7 ottobre erano già stati detenuti e poi liberati. In parole povere, il crimine paga».
Quali sono oggi le norme in vigore e cosa cambia con la nuova legge?
«Fino ad oggi in Israele non esisteva di fatto la pena capitale. L’unico precedente è la condanna a morte di Adolf Eichmann nel 1962 per il suo ruolo nello sterminio degli ebrei europei. La nuova legge rappresenta quindi una novità. Teoricamente potrebbe essere applicata nei casi in cui un terrorista commetta volontariamente uno o più omicidi durante un atto terroristico. Tuttavia, si tratta ancora di una norma generale: i decreti attuativi non esistono e la legge ha già subito modifiche tra le varie letture parlamentari. Per questo è prematuro parlare di applicazioni concrete. In ogni caso sarà il giudice, al termine di un iter, a decidere tra pena di morte ed ergastolo».
Il caso Eichmann viene spesso richiamato: è un paragone corretto?
«I contesti sono diversi, ma esistono alcuni punti in comune. Per la pena capitale è necessario dimostrare la volontà omicida insieme alla negazione dello Stato di Israele. Nel caso Eichmann c’era una volontà sistematica di distruzione del popolo ebraico. Il 7 ottobre ha espresso la stessa intenzione di sterminio, ma non ha avuto la stessa efficacia solo perché gli ebrei hanno potuto difendersi».
Dopo il 7 ottobre, quali forze politiche stanno spingendo per questa legge e con quali argomentazioni?
«I principali sostenitori sono i partiti della coalizione di governo, in particolare il ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il suo partito Otzma Yehudit, che vedono nella pena di morte un deterrente contro il terrorismo. Tutti i partiti di governo hanno appoggiato la legge, in alcuni casi in modo tiepido, come Netanyahu, che ha votato a favore anche per consolidare il sostegno parlamentare. L’argomento principale è che il terrorismo, come dimostrato il 7 ottobre, ha assunto caratteristiche e finalità genocidarie».
Le nuove norme riguarderebbero tutti gli attentatori o solo i vertici delle organizzazioni terroristiche?
«Non è sufficiente essere un attentatore o un leader di un’organizzazione per rischiare la pena capitale. Per come è formulata la legge, il requisito centrale è la commissione di un omicidio volontario durante un’azione terroristica finalizzata alla distruzione dello Stato di Israele. È una norma generale e non di facile applicazione. Inoltre non è discriminatoria: potrebbe teoricamente riguardare anche membri di gruppi estremisti ebraici, come i Naturei Karta, se commettessero un omicidio con motivazioni ideologiche. In ogni caso la pena di morte non è automatica: il tribunale può sempre scegliere l’ergastolo».
Dal punto di vista del diritto comparato, una simile legge è sostenibile?
«Sì, è sostenibile. Ogni Stato ha il diritto di dotarsi di strumenti per proteggere i propri cittadini dal terrorismo. Una democrazia può prevedere la pena di morte per casi specifici, come dimostrano gli Stati Uniti o la Francia fino al 1981».
E sul piano diplomatico e politico internazionale?
«Qui il discorso cambia. L’Europa si è già espressa con preoccupazione, spesso senza conoscere nel dettaglio una legge che non è ancora operativa. Per Israele vale spesso un processo alle intenzioni. Mi chiedo perché si parli di democrazia a rischio in Israele mentre si mantengono rapporti privilegiati con Paesi come la Cina, dove la pena di morte è applicata regolarmente».
Esistono altri elementi di doppio standard che emergono nel dibattito internazionale?
«Certamente. Molti Paesi musulmani prevedono la pena di morte per gli omosessuali e discriminazioni profonde verso le donne, senza suscitare la stessa indignazione. Anche l’Autorità Palestinese, fino a poco tempo fa, prevedeva la pena capitale per chi vendeva beni agli ebrei, e continua a garantire stipendi ai terroristi. Eppure su questi aspetti il livello di attenzione è molto diverso».
Cosa rivela questo dibattito sulla natura della democrazia israeliana oggi?
«Rivela una democrazia attraversata da un trauma profondo, che cerca strumenti per difendersi senza rinunciare al proprio impianto giuridico. Ma rivela anche un contesto internazionale in cui Israele viene giudicato con criteri spesso non applicati ad altri Paesi».
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