«Questo nostro è un tempo in cui il confronto delle idee è diventato difficile se non impossibile. La polarizzazione in larga parte alimentata dai socialnetwork, ma sostenuta da tutte forze politiche che apparentemente pensano di avvantaggiarsene, fa sì che il confronto politico e intellettuale tra posizioni diverse sia ormai merce rara, e per lo più stigmatizzato come negativo perché non ci si deve mescolare: è questo un sintomo di grande debolezza del pensiero».

Ottima sintesi questa di Anna Paola Concia nell’introduzione al volume collettaneo curato con Lucetta Scaraffia, “Quello che resta del femminismo” (Liberilibri). Il «confronto impossibile» è una formula che ben si attaglia in generale alla sfera del dibattito pubblico e, per venire a questo libro, alla discussione sul femminismo. È dunque un testo molto importante e ricco di valutazioni attualissime, forse un libro di cui in qualche modo si sentiva l’urgenza perché la discussione teorica su temi come l’innovazione giuridica di fronte all’evoluzione della società e della scienza, oppure il ruolo del pensiero femminista dinanzi alle guerre e alle violenze contemporanee – per fare solo due esempi – è di certo da aggiornare.

Bisogna inoltre evidenziare l’alto livello di tutti i saggi del volume che spaziano da un bilancio storico del femminismo (Scaraffia) alla domanda sulla fine del patriarcato (Luca Ricolfi), dal problema delle identità (Claudia Mancina) alle problematiche del linguaggio (Fabrizia Giuliani), dall’ampio saggio di Silvia Niccolai sul diritto e su temi delicati come l’aborto e la Gpa fino allo scritto filosofico di Aldo Schiavone. Centrale in questa complessa discussione è la novità rappresentata dall’irruzione della cultura woke e dal suo impatto con la cultura femminista che – come ricorda Scaraffia – è fondata «sul concetto della universalità della oppressione femminile. Cultura oggi messa profondamente in crisi dalla critica che proviene dal mondo woke, secondo la quale non esiste una universalità femminile ma tante identità con diverso grado di oppressione. Si spiega così la ragione per cui le femministe di oggi si rifiutino di scendere in piazza per difendere le donne iraniane e afgane, nonché le donne israeliane stuprate dai terroristi di Hamas».

È un punto ripreso con forza da Mancina: «Sembra che la sinistra, in tutti i Paesi democratici, abbia sposato una versione estrema dei diritti (condita da correttezza politica altrettanto estrema, che arriva a togliere la parola a chiunque osi una critica), intesi come diritti di gruppi identitari anche molto ristretti. Questa è la cultura woke, oggi sotto accusa da molte parti, ma ancora assai diffusa se non dominante, soprattutto nelle università e negli ambienti intellettuali. Questa cultura si suppone sia progressista. E gli attacchi a cui è sottoposta dalla destra conservatrice sembrano confermarlo. Obiettare al progressismo della cultura woke è un’impresa non facile, perché esposta all’accusa di inseguire la destra. È un’accusa ricattatoria che va respinta senza esitazione». La conclusione di Scaraffia è che «questo tipo di concezione identitaria che nega l’universalità segna fatalmente la fine del femminismo, svuotando di significato la sua principale vittoria».

Tutto questo avviene in una fase storica estremamente contraddittoria. Prendiamo la questione del patriarcato: è ancora un pericolo? «La risposta – scrive Ricolfi – che, nella società bi-culturale, il pericolo viene al tempo stesso dalla presenza del padre e dalla sua assenza. Pericoloso è il padre-padrone delle enclave arcaiche, dove il patriarcato gode di ottima salute. Ma pericolosa è anche l’evaporazione del padre al di fuori di quelle enclave, dove la demolizione di ogni autorità e gerarchia ha aperto le porte al maschilismo».

Molto stimolante il saggio di Niccolai su questioni come l’aborto o la Gpa nell’ambito di una disamina giuridica: «Quando, come mi è accaduto in dibattiti pubblici, sento giovani donne dire “dato che il lavoro non c’è o fa schifo, lasciatemi libera di scegliere di vendermi, almeno guadagno di più”, io non sento in queste parole la rivendicazione di una libertà, ma una denuncia disperata: la denuncia della profonda, disgregante ipocrisia di chiamare libertà esperienze di illibertà, come fa un “diritto” che si rende troppo disponibile ad adattarsi a quello che alcuni interessi chiedono». Questo libro è dunque un punto di riferimento non solo per il dibattito femminista, ma in generale per una più ampia riflessione culturale che impatta sui grandi temi contemporanei. Una riflessione alta che ripropone la necessità di sapere che “a che punto è il femminismo” è importante per tutti, non solo per le donne.