Quando in Occidente parliamo di ribellioni – dall’Iran a ogni altro luogo del mondo – usiamo quasi sempre le stesse categorie: stabilità, equilibrio, ordine. Sono parole che servono a misurare gli effetti immediati di ciò che accade, ma che spesso dicono poco sulle cause profonde. Eppure, le rivoluzioni, quasi sempre, iniziano molto prima di diventare un fatto politico visibile. Iniziano quando un popolo smette di accettare il silenzio come unica possibilità.

Non so perché, osservando le immagini delle proteste in Iran, mi sia tornato in mente un episodio lontano nel tempo, apparentemente marginale, vissuto in Tunisia. Era un viaggio fatto con mio padre e con un gruppo di fuoristradisti. Stavamo consegnando beni di prima necessità: quaderni, penne, matite, materiale scolastico. Niente di eroico, niente di organizzato secondo grandi piani. Solo un gesto semplice, quasi pratico.

Eravamo appena fuori dal centro urbano di una città, fermi a una pompa di benzina. Mio padre stava facendo rifornimento quando notò un gruppo di ragazzini che giocava lì intorno. Si girò verso di me e disse, con la naturalezza delle cose ovvie: “Visto che ci sono ancora penne e quaderni, vai a darglieli”.

Scesi dall’auto con quel materiale in mano e nel giro di pochi secondi fui letteralmente assalito. Non in modo violento, ma con un’urgenza che non avevo mai visto. Gridavano “papier, papier.”. Carta. Non cibo, non soldi. Carta. In due istanti non avevo più nulla in mano.

Quello che accadde subito dopo mi colpì più dell’assalto. Quei bambini iniziarono a scrivere, a disegnare, a colorare. A riempire superfici bianche come se stessero trattenendo qualcosa da troppo tempo. Ricordo in particolare una ragazzina. Il ricordo è vago, imperfetto, come spesso accade alle immagini che ti restano addosso. Si mise per terra, quasi sdraiata, e iniziò a tracciare segni, forme, parole, frasi sconnesse. Non stava giocando. Stava tirando fuori qualcosa.

Aveva negli occhi una fame che non era materiale. Era una fame di parole. Di cose da dire che non avevano mai avuto gli strumenti per essere dette.

Solo anni dopo ho capito che quella scena non aveva nulla di estemporaneo e folkloristico. Era politica allo stato puro. Perché la libertà, prima di diventare rivendicazione, è sempre alfabetizzazione del desiderio. Nessun popolo si ribella davvero se prima non ha imparato a nominare ciò che gli manca. Nessuna rivoluzione nasce in piazza se prima non nasce nella lingua, nella cultura, nella possibilità di immaginarsi diversi.

La Tunisia che ho visto allora era all’alba di ciò che di lì a pochi anni sarebbero state chiamate “Primavere arabe”. Allora nessuno lo sapeva, ma quei bambini stavano già vivendo il primo atto di ogni processo di emancipazione: l’accesso agli strumenti per esprimersi. Penne e quaderni non erano semplici aiuti materiali. Erano strumenti di consapevolezza.

È anche per questo che ciò che accade oggi in Iran va letto oltre la superficie dello scontro. Non è solo una ribellione contro un regime. È una battaglia per riappropriarsi della parola. Le donne che tolgono il velo, i ragazzi che cantano, gli slogan, la musica, la poesia – centrale nella cultura iraniana – sono segnali di un processo che precede il conflitto aperto. Sono la dimostrazione che un popolo ha iniziato a raccontarsi in modo diverso da quello che gli è stato imposto.

I popoli si autodeterminano sempre così: attraverso le idee, la cultura, dotandosi degli strumenti per emanciparsi e raggiungere una piena consapevolezza della propria dignità. La maturità politica non nasce dall’ordine in sé, ma dalla possibilità di pensarsi liberi.

Per questo, quando guardiamo a una ribellione, forse dovremmo chiederci meno cosa sta crollando e più cosa è nato prima. Perché ogni conflitto visibile è preceduto da una fame silenziosa: quella di carta, di parole, di strumenti per dare forma a un pensiero. È lì che comincia tutto. È lì che qualcuno, per la prima volta, prova a dire “io”.

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Nato nel 1995, vivo a Trieste, laureato in Cooperazione internazionale. Consulente per le relazioni pubbliche e istituzionali, ho una tessera di partito in tasca da quando ho 15 anni. Faccio incontrare le persone e accadere le cose, vorrei lasciare il mondo meglio di come l'ho trovato. Appassionato di democrazia e istituzioni, di viaggi, musica indie e Spagna.