L'Italia del sì
La giustizia in Italia è una priorità, lo hanno detto a gran voce i 13 milioni che hanno votato Sì
Tanti elettori hanno confermato di non avere più una fiducia incondizionata verso il sistema giudiziario. Ora la magistratura capisca che deve autoriformarsi
Il risultato del referendum sulla magistratura dimostra che il voto politico contro il governo ha prevalso rispetto alla capacità di giudicare nel merito una riforma che andava fatta, nell’interesse del Paese. Le prime conseguenze si sono già viste in casa Fratelli d’Italia e Forza Italia, soprattutto nella fulminea reazione di Giorgia Meloni, che suona come un segnale a doppio senso: di determinazione verso il proprio partito e gli alleati, e verso la magistratura stessa come conferma della propria, anche personale, non ricattabilità.
Andando oltre, tornano alla memoria le parole di Alcide De Gasperi: “Molti ci rimproverano la nostra pazienza, scambiandola per inerzia. Come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al metodo democratico”. In un tempo nel quale tutto si consuma in modo troppo veloce, ciò significa che una riforma di dimensioni importanti non si improvvisa, ha bisogno di tempi lunghi, dialogo, capacità di coinvolgimento, informazione ed educazione dell’elettorato. Questo è reso più evidente quando si deve ricorrere al referendum confermativo, che rappresenta, e non solo in Italia, un voto pro o contro chi governa. Un voto nel quale il No parte sempre in vantaggio, come hanno dimostrato i referendum degli ultimi decenni, se si trascura quello – ad alto contenuto populista – sulla riduzione del numero dei parlamentari.
D’altra parte, il referendum sulla magistratura ci restituisce la realtà di un Paese caratterizzato da fratture reali che non si possono ignorare. Non solo quella tra Nord e Sud, ma anche quella tra grandi aree urbane politicizzate e hinterland produttivi (le sole città con più di 300.000 abitanti hanno visto il No prevalere per oltre un milione di voti su 1,8 milioni totali) e quella tra residenti in Italia e residenti all’estero. Ovunque, i consensi alla riforma si sono concentrati nelle realtà produttive.
Ma il referendum ha anche avuto effetti positivi. Infatti, ora la gran parte dei cittadini italiani sa che esiste un Csm, organo costituzionale ai più ignoto, e che forse servirebbe un faro sempre acceso per monitorarne l’attività e il corretto esercizio delle funzioni. Sa che in tutta Europa vige il sistema della separazione delle carriere, garanzia della terzietà del giudice, e che nei Paesi evoluti i magistrati che sbagliano pagano come tutti i cittadini normali. E sa che l’Anm ha definitivamente svelato la sua aspirazione politica, insieme a quella parte di magistratura che ha assunto toni e comportamenti che nulla hanno a che vedere con la funzione che è loro affidata.
Insomma, un vero e proprio partito che ha chiarito anche al grande pubblico che per loro il Csm non è l’organo di autogoverno della magistratura, bensì il terzo ramo del Parlamento, con la sostanziale differenza che i componenti togati, che ne costituiscono la maggioranza schiacciante, non vengono eletti dal popolo. E vi è un dato che la magistratura non può non considerare: metà degli italiani ha affermato di non avere più la fiducia incondizionata del passato nel sistema giudiziario, un dato che non ha precedenti e che rappresenta una vera sconfitta morale. E se dovessero esserci le consuete reazioni a colpi di indagini e arresti nei confronti di rappresentanti della politica, con ogni probabilità anche molti altri cittadini aprirebbero gli occhi.
Quanto all’indispensabile riforma, è difficile fare previsioni sui possibili percorsi, poiché è impossibile che essa possa avvenire attraverso leggi ordinarie, se non si risolveranno i nodi di fondo, che sono proprio la separazione delle carriere e il Csm. A meno che sia la stessa magistratura a rendersi conto che deve autoriformarsi, abbattendo le correnti interne e riconsegnando agli organismi costituzionali la loro terzietà e indipendenza, e, soprattutto, eliminando ogni aspirazione politica all’interno del sistema. Ma questa, al momento, mi sembra fantascienza. Anche alla luce delle reazioni esultanti di taluni magistrati, al canto di “Bella Ciao”.
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