La guerra tutta personale del falco Rubio al Venezuela: l’operazione perfetta per scatenare l’effetto domino

U.S. Secretary of State Marco Rubio looks at the venue of a dinner event with President Donald Trump and business leaders before the event started in Tokyo, Japan, Tuesday, Oct. 28, 2025. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Quello di Marco Rubio contro il regime venezuelano è un affare personale, e non del tipo che attrae sostenitori del complotto e frequentatori delle più recondite pieghe dei forum alternativi. Nulla di tutto ciò, è una storia che affonda le sue radici in una delle pagine più drammatiche della politica estera – ma pur sempre casalinga – statunitense, in quell’America latina che nel pieno della guerra fredda è divenuta oggetto e teatro della sindrome della paura “aliena” per eccellenza negli States, quella del comunismo.

Accresciuta dopo la caduta di Fulgencio Batista e la conquista del potere a Cuba di Fidel Castro e della conseguente presenza sovietica sull’isola. Dal fallimento dell’invasione della “Baia dei Porci” rabbia, risentimento e voglia di rivalsa di tanti cubani e latino americani più in generale dovette sopirsi nelle pieghe diplomatiche della guerra fredda e nel timore che piccoli incendi potessero causarne uno devastante. Finita poi la politica di Kissinger e Nixon per gli esuli e vittime del comunismo sudamericano ogni possibilità di rivincita sembrò archiviarsi con l’uscita dal Dipartimento di Stato dell’accademico e diplomatico austriaco e con l’ingresso nella nuova politica americana di “buonismo e apertura”, concetti che gli esuli non amano. Non è un caso che dopo il fallimento dell’invasione nel 1961 proprio i cubani andarono a incastonarsi nella destra più radicale del partito repubblicano.

Degli esuli la Florida è il cuore e anche il luogo della nostalgia, dove gli sguardi si perdono nell’orizzonte, sognando appunto una Cuba libera, dal comunismo e dal mito di quella rivoluzione tanto popolare nella società occidentale. Marco Rubio è un prodotto di quel clima, di quello spirito, di quelle aspirazioni, e da qui ne deriva quella sua naturale avversione per il comunismo e per ogni forma di marxismo al potere nell’emisfero americano. La sua crociata ideale contro il comunismo non è dunque cosa d’oggi, per un profilo politico che non è quello del trumpiano della prima ora, né di un prodotto Maga, ma come Ted Cruz (entrambi avversari di The Donald alle primarie repubblicane del 2016) è un conservatore tout-court e dunque allineato ad una concezione della politica estera lontana da quello che con un certo grado di superficialità si intenda, siamo soliti definire isolazionismo per l’appunto Maga.

Rubio è un falco, di quelli che se puntano la preda l’afferrano, ma è un falco che intorno a sé sa costruire un seguito e un consenso se necessario anche trasversale. Non scherza Rubio, e sa come costruire l’operazione perfetta, e come coniugare lotta storica al comunismo con la lotta al narcotraffico che come nel caso del Venezuela e non solo, vive e prolifera alle spalle di un regime complice e interessato. Il nemico di Rubio è il narco-comunismo venezuelano, ma potrebbe essere solo l’inizio. E da Caracas l’ex senatore della Florida vuole scatenare l’effetto domino. Anche in quel de L’Avana sono nervosi, ed è un nervosismo che trapela come nel caso dello scontro alle Nazioni Unite tra il rappresentante Usa Michael Waltz e quello appunto del regime Cubano. Un dettaglio che non può passare inosservato. La guerra di Rubio contro Caracas si era rafforzata già durante la prima amministrazione Trump e nel 2020 più voci lo davano attivo nella volontà di sostenere e creare le condizioni per un golpe in Venezuela contro il regime di Maduro.

Dal 21 gennaio 2025, giorno in cui ha prestato giuramento come 72° Segretario di Stato Marco Rubio ha nuovamente puntato la sua preda, consapevole che non si tratta più di un mero puntiglio personale, ma di una necessità geopolitica visti anche i legami strettissimi del regime di Caracas con Mosca e Pechino. Mancava l’ultimo tassello per procedere, ed in parte il suo inserimento è ancora in corso, convincere The Donald, ma anche qui la carta di Rubio ha un nome e un cognome, Maria Corina Machado.