William S. Burroughs era un visionario al cubo. Dal “Pasto nudo” – il suo romanzo più famoso – a “Queer”, tutta la sua opera è una corsa a perdifiato nell’immaginazione di situazioni, corpi, colori e quant’altro.

Il mondo di Burroughs è solo di Burroughs. Piaccia o non piaccia, è esattamente lui il soggetto del suo lungo romanzo americano dell’epopea underground. Sicché questo “libro dei sogni”, sottotitolo de “La mia educazione” (traduzione di Andrew Tanzi, Adelphi), è una full immersion nella dimensione onirica dello scrittore annoverato tra i padri della beat generation. Si offre come una sorta di archivio mentale, una raccolta di frammenti che oscillano tra il resoconto e l’invenzione. Non sappiamo — e forse non dobbiamo sapere — se ciò che leggiamo sia stato davvero sognato o semplicemente scritto come se lo fosse. Sogna, Burroughs, ma chi può dire se siano realmente sogni o spunti letterari quelli che per anni raccolse nei suoi taccuini: d’altronde, tutta la sua letteratura, e la sua stessa esistenza, è mescolanza di vita vera e irrealtà drogata, è il caso di dire, di strada e allucinazione, di scrittura e non-scrittura.

«Prendo parte a una festa e a una cena alla Columbia. C’è Allen Ginsberg ed è ricco. Ha fondato una specie di chiesa». Che sogno è? Questo Burroughs sul lettino dello psicanalista è un fiume in piena: «Incubo di paralisi. Cerco di richiamare l’attenzione. La mano che si allunga verso la parola con il dito intorpidito sapendo che non riuscirà a premere il grilletto. Che succede qui?». Già, “what happened here”, la domanda del Bob Dylan della “Ballad of a Thin Man”, non capire il mondo, non capire sé stessi. I sogni: le pistole, la follia, l’eros, il passato. «I sogni con le valigie si possono chiamare anche sogni del tempo, perché viaggi e valigie riguardano sempre il tempo». “La mia educazione” è dunque un campionario esemplare e relativamente “facile” per accostarsi a una importante figura della letteratura americana, alla sua realtà fatta di sogni.