Il partito repubblicano sta vivendo giornate turbolente che per ora non sembrano diradarsi. Le ragioni sono diverse e tutte delineatesi lungo la sottile linea rossa che separa le utopie MAGA dal realismo politico dell’amministrazione americana da una parte, e l’insofferenza neocon per una pace imposta a Kyiv dall’altra. Elementi che non minano l’unità del partito, ma che influiscono non poco sul clima interno.

Clima già minato da una falla che si è aperta nelle viscere più profonde del mondo MAGA con la defezione a tratti ribelle di Marjorie Taylor Greene, ultras trumpiana negli anni duri e oggi dimissionaria per timore di una reazione furente e violenta del tycoon nelle future primarie repubblicane in vista delle elezioni di Midterm. Greene infatti da bestia nera dei democratici e complottista per definizione si è trovata a fianco degli odiati liberal in troppi voti congressuali. Ora è vero che negli Stati Uniti sono comuni le posizioni spesso solitarie di alcuni deputati o sentori rispetto ai loro partiti, ma a tutto c’è un limite, soprattutto se alla Casa Bianca e de facto alla guida del partito c’è una leader che non ama le fronde come Donald Trump.

Ma se la crisi Greene rientra nell’economia di un personaggio che giudicare pittoresco è assai riduttivo, cosa estremamente diversa è l’eventuale apertura di una falla o di più di una tensione evidente tra figure chiavi del partito compreso il Segretario di Stato. Il tema è il più scottante, la pace proposta e “imposta” a Kyiv con quei ventotto punti che sembrano “scritti da Mosca”. Una frase attribuita a Rubio – che dei neocon è la punta di diamante – repentinamente smentita dall’interessato, ma che lascia aperto più di un dubbio sui timori che albergano dentro il Gop e nell’establishment statunitense più in generale. Perché ad essere in gioco – per quanto cinico possa sembrare – non è solo il destino di Kyiv, dell’Ucraina e forse dell’Europa, ma quello degli Stati Uniti e della loro capacità di rispondere ancora oggi all’onere del proprio ruolo, quello di un impero, che non può rinunciare a essere ciò che è.

Cedere a tutte le richieste russe e pressare Kyiv minacciandola di abbandono rischia di tramutarsi in un boomerang devastante per l’Occidente intero. Del resto la storia ci ha insegnato come una pace mal fatta possa generare conflitti ben più grandi di quelli che spenti con eccessiva cedevolezza. Gran parte della destra americana, la vecchia destra, anche quella nascosta o appollaiata dietro le insegne MAGA non può rimanere silente su una prospettiva come quella che rischia di delinearsi, e manifesta con ogni mezzo il proprio fastidio. La palla resta nelle mani del tycoon che potrà scegliere se azzardare la scommessa o frenare su una bozza eccessivamente sbilanciata. Perché alla fine Washington dovrà capire che per ciò di cui i partner hanno bisogno è fiducia, fiducia nell’Alleato. Come recitava il lancio promozionale della “Stangata”: “all it takes is a little confidence”.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.