La sfida tra Mosca e Washington si arricchisce ogni giorno di nuove e avvincenti sfumature, e quello che a molti appare come nulla di più di un revival della “guerra fredda” – inteso come una sorta di tuffo nel passato, necessario a Mosca per sopportare il sorpasso cinese al rango di super potenza di prima classe – assume giorno dopo giorno i contorni di un duello scacchistico sulle tinte anch’esse nostalgiche ai tempi dell’ IA tra il campione sovietico Kasparov e il super – per l’epoca – computer IBM Deep Blue.
Mossa dopo mossa, naufragata la pace sognata tra i ghiacci dell’Alaska, il Cremlino sembra intenzionato a tallonare la Casa Bianca su tutti i teatri in cui l’amministrazione americana tenta di dettare la linea ed esercitare ancora una volta il ruolo di potenza egemone a livello globale. Per Mosca il duello è necessario come l’ossigeno, non solo perché ne rinvigorisce l’autostima, ma in quanto più strategicamente punta a minare la centralità stessa degli Stati Uniti nell’esercizio di quella funzione storica che è propria degli imperi. Così come Washington tenta di fare in Venezuela, provando un colpo atto a prendere due piccioni con una fava, due piccioni dalle tinte rossastre, l’una più e l’atra meno sbiadita. Perché affondare Maduro e la sua orchestra di narcotrafficanti è anche un tentativo di minare la presenza sino-russa nell’emisfero occidentale.
Mosca ne è consapevole e agisce di conseguenza, e risponde colpo su colpo. Del resto come avrebbe detto il cattivo più paradigmatico d’America Gordon Gekko: “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Cosi la partita si gioca di teatro in teatro a seconda dello scenario d’attualità. Se l’obiettivo sia quello di provocare per scatenare, o di punzecchiare per infastidire, sarà il tempo e la pazienza a dircelo. Di sicuro la decisione Russa di mettere bocca su Gaza la dice lunga sul tentativo di rompere le uova nel paniere di The Donald da parte russa. La risoluzione americana infatti dichiarata nottetempo “pericolosa” da Hamas resasi portavoce delle fazioni palestinesi troverà ad attenderla l’opposizione di una ulteriore proposta avanzata dai russi che elimina i punti centrali della bozza statunitense. Con una rimodulazione del ruolo d’Israele che minaccia non poco l’equilibrio precario della tregua stessa, e de relato il ruolo degli Stati Uniti.
Dal voto in Consiglio di sicurezza ne deriverà – conoscendone il carattere – l’atteggiamento futuro dell’amministrazione americana verso la Russia e anche in Ucraina. Finito lo shutdown riprenderà anche il sostegno a pieno regime delle difese di Kiev. Mentre si consuma questo duello sempre meno silenzioso tra Stati Uniti e Russia, Pete Hegseth il segretario alla guerra degli Stati Uniti annuncia l’operazione “Southern Spear” dando finalmente un volto all’assedio che nel Mar dei Caraibi gli Stati Uniti conducono contro il Venezuela e come abbiamo già evidenziato, contro Cina e Russia. La partita a scacchi è appena cominciata e come già accaduto ciò che manca all’Occidente è sempre il tempo.
