Si era capito a spoglio referendario in corso che Giuseppe Conte stava per dare inizio alla danza di guerra per raggiungere il primo obiettivo della sua strategia: scalzare Elly e prendersi il campo largo. Non è un’impresa ardua. Nel fronte progressista, le opinioni sono per lo più divergenti su tutto, e uno scontro interno finirebbe per porre sotto i riflettori le troppo marcate differenze. La storia recente ci insegna che non esiste peggior nemico per la sinistra italiana di sé stessa e delle sue tante, troppe anime. Conte dalla sua ha i numeri che lo vedono vincente contro Schlein, l’essere già stato a Palazzo Chigi e l’essere – sondaggi alla mano – l’unico avversario credibile di Giorgia Meloni.

Se poi il già Avvocato del popolo dovesse perdere nel 2027, Elly potrebbe assurgere come nuova alternativa e restare in sella al Nazareno. Ma per Giuseppe Conte la strada non è ancora in discesa, e per ottenere l’obiettivo è necessario l’appoggio anche degli ambienti più moderati del centrosinistra e di quel centro – con la sola eccezione di Calenda – che è estremamente distante dalle posizioni dei pentastellati in salsa contiana.

Per questo Conte sta sfornando il suo abituale opportunismo politico, la sua naturale propensione ad adattarsi a ogni stagione, come fu ai tempi del governo gialloverde, quando all’Onu, non a una sagra, si fece interprete e campione nostrano del vento sovranista globale, e da premier del governo giallorosso – l’anno dopo – si trasformò in capofila del nuovo progressismo anti-sovranista. Per assumere poi – una volta passato all’opposizione – il ruolo di campione del pacifismo anti-riarmo e della lotta a oltranza alla politica estera italiana inaugurata da Giorgia Meloni.

Del resto, Dpcm esclusi, la pagina politica più nota di Conte sul piano internazionale è l’essere stato definito sull’allora Twitter da Trump Giuseppi”. Ora però – fiutata la debolezza degli alleati e puntato l’obiettivo – ha messo in atto l’ennesima semi-giravolta, degna di un altro Conte e non certo quello di Cavour, ma il noto Conte Raffaello Mascetti di “Amici miei”.

Ospite di +Europa, Conte ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina in maniera netta ma, pur dicendosi convinto della necessità di una Difesa comune, si è detto contrario al riarmo. Come vogliamo definirla questa se non supercazzola alla Mascetti, appunto? Come può realizzarsi una Difesa comune, che è una cooperazione militare e strategica, senza un efficientamento, ammodernamento e potenziamento dello strumento militare italiano? Come può candidarsi a guidare l’Italia chi nega e non comprende i pericoli che ci circondano? O l’onorevole Conte pensa di fermare i razzi con la bandierina della pace? Sono passati i tempi del Superbonus, del reddito di cittadinanza e delle spese pazze di cui ancora paghiamo il conto. Ci attendono tempi duri e necessitiamo di posizioni chiare, e l’ex premier come sempre gioca sulle ambiguità per ottenere i suoi obiettivi. Ma questa volta la posta è troppo alta per i giochetti.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.