Nessun sistema giudiziario è perfetto. Non lo è quello americano, non lo è quello francese, non lo è quello tedesco. Ma ce n’era uno che, prima della riforma sulla separazione delle carriere, riusciva a distinguersi da tutti gli altri: il nostro. Un unicum nelle democrazie occidentali. Un unicum talmente peculiare da far sorgere spontanea una domanda: vorrebbe forse dire che il nostro fosse il migliore? Credo che nemmeno il più accanito sostenitore del “no” avrebbe il coraggio di sostenerlo seriamente.

E allora perché tanta resistenza, tanta diffidenza, ogni volta che si prova a sancire un principio che nel resto del mondo civile è dato per scontato da decenni? Perché opporsi alla scelta, finalmente compiuta, di portare l’Italia in linea con gli standard vigenti ovunque nel mondo democratico, dove la distinzione tra chi accusa e chi giudica è considerata una garanzia minima, basilare, elementare? È, ovunque, il punto di partenza per una giustizia che voglia dirsi equa. In altre parole, è l’abc del garantismo. L’elenco dei Paesi a noi più affini per cultura giuridica, istituzioni e tradizione democratica è lungo: Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Svizzera, Canada, Australia… In tutti questi Paesi, i sistemi giudiziari – diversi per metodo di reclutamento, indipendenza dal potere esecutivo, rapporto con il governo – hanno però un tratto comune, l’unico realmente decisivo: pubblici ministeri e giudici appartengono a carriere rigorosamente separate, con organi distinti, percorsi diversi, responsabilità non intercambiabili e non hanno un organo di controllo comune.

In Italia, invece, prima della riforma, tutto questo non esisteva. Da noi l’ordinamento continuava a funzionare come se fossimo rimasti fermi agli anni Sessanta: giudici e PM entravano con lo stesso concorso, erano governati dallo stesso CSM, condividevano lo stesso status, la stessa progressione di carriera, le stesse logiche associative. E, fatto ancora più sorprendente, potevano passare dall’accusa al giudizio e viceversa senza perdere un solo giorno di carriera. Uno scambio di funzioni che nelle altre democrazie sarebbe considerato inconcepibile. È vero, accadeva poco frequentemente, ma il punto è che fosse possibile. Invece, nel nostro Paese l’infungibilità dei ruoli, il rispetto delle funzioni, la certezza che chi accusa non possa un domani anche giudicare venivano (e vengono da qualcuno ancora oggi) dipinti come un attentato alla Costituzione. Questo paradosso, ormai evidente, è il nodo centrale del dibattito: non è il “sì” ad essere radicale, era il precedente status quo a esserlo. Non è la riforma ad essere estrema: lo era l’eccezione italiana nel panorama occidentale.

Si può discutere sulle modalità, sulle tempistiche, si possono proporre aggiustamenti o modifiche, ma non si può più nascondere che l’Italia pre-riforma fosse disallineata dal resto del mondo. E continuare a difendere quell’anomalia come se fosse un presidio di libertà, significa ignorare ciò che accade oltre i nostri confini. Il vero tema non è se separare o meno le carriere. Il tema è decidere se vogliamo un sistema giudiziario che garantisca davvero l’imparzialità, la terzietà e la prevedibilità delle decisioni. Oppure se vogliamo continuare a difendere un modello unico al mondo, unico non perché eccellente, ma perché rimasto indietro. Ed è curioso che questa verità, così semplice, sia difficile da dire: la separazione delle carriere non equipara l’Italia a un Paese illiberale; la uniforma ai Paesi più avanzati del mondo occidentale.
Tutto il resto è rumore di fondo, paura del cambiamento o, più probabilmente, battaglia corporativa.

Paolo Crucianelli

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