A un certo punto, l’identità è diventata più importante dello stipendio. Così che il vecchio e fortunato slogan coniato da Bill Clinton, “It’s the economy, stupid!” va declinato in un altro modo: “It’s the identity, stupid!”. Con “La stagione dell’identità” di Domenico Petrolo (Franco Angeli), acuto osservatore della politica, ci troviamo tra le mani un saggio breve ma denso, che fotografa bene il momento che stiamo vivendo intercettando appunto uno dei nodi più significativi del nostro tempo: la centralità quasi ossessiva del tema identitario nel dibattito pubblico contemporaneo.
Ma cos’è, questa “identità“? «Le nostre tradizioni, la nostra laicità, la nostra religione, le nostre radici, le nostre reti di relazioni, le nostre conquiste che abbiamo ottenuto con secoli di battaglie, la nostra cultura contaminata nella sua lunga storia»: in una parola, siamo noi. Tutto questo oggi è in forse. Nel dominio della grande malattia del XXI secolo: l’incertezza. E in questo quadro si staglia la questione dell’immigrazione. «La destra è più brava a leggere e interpretare le paure» che piombano in Occidente, pensiamo all’Islam. Già, la destra vive sulla paura e dà le sue risposte. La sinistra è in affanno. Per l’autore, che riassume efficacemente le politiche di destra e di sinistra su questo tema, la prima ha coltivato l’identità generale, complessiva, mentre la sinistra – tramontata l’era del vecchio conflitto sociale – ha seguito «alcune identità specifiche» spezzettando il suo discorso in mille frammenti, rendendola minoranza.
Petrolo affronta la questione senza indulgenze né slogan, scegliendo la via dell’analisi critica e della riflessione culturale e arricchendo la sua analisi con preziosi dialoghi, tra i quali quello con Romano Prodi: «Credo che per molte persone la priorità del desiderio sia stata sostituita dalla paura di perdere ciò che possiedono – afferma l’ex presidente del Consiglio – e quando ci si sente sicuri si è più disponibili ad aprirsi e includere; quando invece prevale la paura di perdere tutto ci si chiude e si tende a respingere il mondo esterno». Il MAGA, in fondo, nasce da questo. Globalizzazione, pluralismo culturale e crisi delle grandi narrazioni hanno dunque incrinato le certezze tradizionali, spingendo individui e gruppi a rifugiarsi nell’identità come ultimo baluardo di sicurezza. Petrolo mostra come questa esigenza, legittima in origine, possa facilmente degenerare in chiusura e contrapposizione.
Il merito principale del saggio sta nel rifiuto di una visione statica dell’identità. Per l’autore, l’identità non è un dato naturale né un’eredità intoccabile, ma un processo dinamico, costruito nel tempo attraverso relazioni, conflitti e contaminazioni. Quando viene assolutizzata, perché percepita sotto attacco, l’identità smette di essere uno strumento di riconoscimento e diventa una barriera, alimentando nazionalismi, fondamentalismi e nuove forme di esclusione. Petrolo – preziosa la sua ricostruzione del grande pensiero filosofico – non si limita alla diagnosi, ma suggerisce una prospettiva alternativa: riconoscere le persone e le loro inquietudini per poter pensare l’identità come spazio aperto, capace di confronto e dialogo. È in questa tensione tra appartenenza e apertura che il saggio trova la sua forza, offrendo una lettura lucida e attuale di fenomeni che attraversano la politica, la cultura e la società.
“La stagione dell’identità” si rivela così una riflessione utile e necessaria, soprattutto in un tempo in cui l’identità è spesso invocata più per dividere che per comprendere. Per l’autore questa è una stagione in cui è necessario mettersi in ascolto, riconoscere, rispondere al bisogno di protezione e dare dignità anche a quelle identità che non sono né cosmopolite né multiculturali. Una stagione in cui servono «generosità e coraggio» per superare la Grande Incertezza di questo tempo.
