Tentativo della politica di soggiogare il Pm e limite ad autonomia e indipendenza! Spauracchio per terrorizzare elettori e spostare voti; stanco motivetto, invece, che gracchia in vecchie balere su jukebox semi-arrugginiti. Il grido di dolore è un evergreen nell’ideologia della magistratura associata. Basta tornare agli anni ’90 e, precisamente, al 3 dicembre 1991: i magistrati aderiscono allo sciopero indetto dal pifferaio A.N.M. Multipli i bersagli: il Governo, l’allora Ministro della Giustizia Martelli e, persino, il Presidente della Repubblica, reo di aver esercitato male le sue prerogative, osando contrapporsi al C.S.M. nella tollerata esondazione dal suo naturale alveo. Con il coro di stizziti costituzionalisti, pronti firmatari di documenti sui limiti del Quirinale, anziché a Palazzo dei Marescialli.

Guarda caso, slogan dello sciopero un secco No. Nessuna novità, né il primo, né, come sappiamo, l’ultimo. Grosso, però, l’obiettivo: la nuova Procura Nazionale Antimafia, ritenuta, da miopi conservatori, strumento occhiuto per addomesticare l’operato dell’accusa contro la criminalità. Era parso già azzardato il coordinamento tra diversi uffici del Pm dell’art. 371 c.p.p., a fini di “speditezza, economia ed efficacia” delle indagini. Lessico efficientistico poco compatibile con la tradizionale visione para-giurisdizionale del “controllo di legalità”. A scanso di equivoci, rimasto però solo “spontaneo”, a buon cuore degli inquirenti, con malintesa ottica di egualitarismo e l’incubo del modello gerarchico.

Ora, le “ardite” idee di Falcone, importate da Palermo e messe a disposizione del governo. Coordinamento non solo auspicato, ma organizzato, sollecitato, reso stabile e, per investigatori neghittosi o riottosi, imposto con strumenti centralizzati e coercitivi, fino all’estremo dell’avocazione delle indagini. Ecco spalancata la strada all’ostilità aperta e pregiudiziale della magistratura organizzata. Le parole possano rivelarsi pietre, ma qualcuno traccia irresponsabili paralleli: SuperProcura uguale cupola mafiosa! Riuniti in concitati raduni assembleari si grida all’attentato all’indipendenza, ergendosi anche allora a baluardo “in difesa della Costituzione”.

Sono passati trentacinque anni e le profezie di sventura si sono rivelate inconsistenti. A leggere le cronache di quegli anni si potrebbe pure cadere nella tentazione di sentirsi di nuovo giovani. Ormai, i protagonisti di quella pagina emblematicamente sgradevole della nostra storia istituzionale sono in maggioranza scomparsi. A cominciare da chi più legittimamente di tutti poteva aspirare a dirigere il nuovo organo. Ambizione rimasta, purtroppo, tale per ragioni certamente diverse: prima avversato dalla stessa magistratura organizzata e poi barbaramente ucciso dall’avversario che aveva combattuto e che intendeva ancora combattere con strumenti moderni ed efficienti, Giovanni Falcone non ha mai potuto rivestire quell’incarico.

Con un intermezzo beffardo: la Commissione incarichi del C.S.M. gli preferiva il Procuratore della Repubblica di Palmi, pur schieratosi apertamente contro la SuperProcura all’epoca del pronunciamiento. Salvo, poi, figurare in lizza per l’incarico, forse grazie alla presunta “fama” che parrebbe certificato di qualità degli inquirenti in Calabria. Permane e si sente più forte il potere della magistratura organizzata di interferire, se serve con toni di rivolta, in ogni autentico progetto di riforma e democratica modernizzazione della giustizia e del ruolo del Pm.

Un fronte del No pregiudiziale, con allarmistici appelli alla Costituzione, monoliticamente tramandato, uguale a sé stesso. Allora solo assemblee e comunicati, oggi metodi à la page e nuovi interpreti: opinion leaders disinformati, storici a gettone e attori che recitano a soggetto. La neofobia racchiusa nel No a qualsiasi riforma funge da noioso collante alla costante opposizione. Gli effetti di quella stagione possono sembrare indelebili e risultare ormai impensabile che chi presiede possa incidere anche sui lavori del Csm. Con un semplice Sì, invece, si volta pagina.

Luca Marafioti

Autore

Professore ordinario di procedura penale