La voce dal Kuwait: “Sentiamo l’eco dei droni abbattuti, ma ancora nessuna emergenza. Preoccupa il blocco delle forniture di acqua”

Kuwait's Prime Minister Sheikh Ahmad Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah arrives for the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Michael Probst) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mi trovo in Kuwait da circa un mese per motivi familiari. L’inizio delle nuove ostilità tra Stati Uniti-Israele e Iran è arrivato all’indomani di due giorni di festa nazionale: l’indipendenza dal Regno Unito conseguita nel 1961 e la liberazione nel 1991 dall’invasione irachena con l’aiuto decisivo di una larga coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidati dagli Stati Uniti.

Nei paesi del Golfo Persico è periodo di ramadan, che comporta, tra l’altro, un generale rallentamento delle attività e la chiusura, fino al tramonto, di tutti gli esercizi di consumazione di cibi e bevande. La diminuzione della circolazione automobilistica e delle presenze nei grandi centri commerciali è tipica di questo periodo. Dopo il tramonto, con l’interruzione del digiuno, si rianimano strade e ritrovi. Finora non trapelano particolari segni di timori o di allarmi dopo gli attacchi all’aeroporto e alla base militare americana esistente. Le notizie sulla caduta di droni iraniani o di qualche bersaglio colpito in quella zona arrivano velocemente attraverso internet e video. Tutto al più si sente l’eco lontano del colpo secco di un abbattimento di qualche drone. Il suono prolungato delle “sirene” è frequente in questi giorni, non segnalando mai l’urgenza di trovare riparo. Le scuole funzionano regolarmente.

Da vari conoscenti che vivono negli Emirati, mi arriva la stessa “fotografia”, al di là del clamore di quello che è accaduto a Dubai. Lì i timori sono forti e diffusi tra i turisti per il desiderio di rientrare rapidamente nei loro Paesi. La riapertura degli aeroporti è il bisogno principale, soprattutto per la loro importanza nel traffico mondiale di merci e persone. La chiusura dello Stretto di Hormuz è vista con preoccupazione in Kuwait anche per il pericolo del blocco delle forniture di acqua potabile imbottigliata. Questo Paese è tra i pochi al mondo che non ha sorgenti naturali e la sua dipendenza è totale. Comunque, negli scaffali dei centri commerciali non manca niente e non ci sono corse a creare scorte. Una normalità diffusa e solida, forse incomprensibile per chi è costretto a subire allarmismi, anche mediatici, che non aiutano a conoscere la realtà.