Sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, esponente di Forza Italia e responsabile dei dossier più sensibili su spazio, cyber e sicurezza marittima, è oggi una delle figure decisive nel ridisegno strategico dell’Italia nei nuovi domini globali.
Con la crescente competizione in Artico e la presenza militare di Russia e Cina, quale ruolo può giocare l’Italia per garantire stabilità e sicurezza, conciliando tutela ambientale e interessi geopolitici?
«L’Italia vanta una lunga tradizione di spedizioni polari e dal 2013 ricopre il ruolo di Stato Osservatore presso il Consiglio Artico. La Strategia per l’Artico presentata dal ministro Tajani rafforza il nostro ruolo, così come il contributo della Difesa con il programma High North e con le attività dell’Istituto Idrografico della Marina. Con Nave Quirinale, la nuova unità idro-oceanografica progettata per operare negli ambienti più estremi, saremo in grado di aumentare ancora il nostro apporto. Non si tratta di militarizzare l’Artico, ma di prevenire escalation e garantire stabilità nel rispetto del diritto internazionale, in un’area che sarà decisiva per rotte, energia e sicurezza».
In un contesto di cyberattacchi sempre più sofisticati, quali priorità ha l’Italia per proteggere infrastrutture critiche e sistemi militari?
«A livello globale avviene un attacco cyber ogni 39 secondi e, con l’evoluzione dell’IA, il numero è destinato ad aumentare. Il dominio cyber è uno dei principali campi della guerra ibrida. Oggi difendere i confini virtuali significa proteggere centrali elettriche, trasporti, ospedali e sistemi finanziari. Confinare la difesa alla sola dimensione militare è limitante: serve una visione integrata di difesa e sicurezza. La costituzione di un’Arma cyber a tutela anche della collettività è una prospettiva concreta».
Gli attacchi informatici di matrice russa si vanno moltiplicando su obiettivi italiani sensibili. Nella cultura della Difesa va valorizzato il dominio della rete?
«Il dominio cyber è un moltiplicatore che sostiene le nostre attività quotidiane ma anche ciò che consente campagne di disinformazione e attacchi informatici contro infrastrutture fisiche, alla base dei servizi della Nazione, come ospedali, trasporti e centrali elettriche. La minaccia ibrida non è una novità, ma l’evoluzione tecnologica ne ha ampliato portata e impatto, il che richiede adeguamenti per continuare a rispondere con efficacia a fronte di scenari complessi e in continuo mutamento. Prendere consapevolezza della sua importanza è il primo passo».
E va presa però anche consapevolezza della guerra già in corso sui nostri telefoni, sui social, sulle televisioni: la cognitive warfare che ci porta a credere quello che insufflano le potenze ostili…
«Credo che la cognitive warfare sia una delle sfide più complesse e insidiose dell’attuale scenario perché non colpisce infrastrutture critiche o sistemi, ma mira alle persone, alla loro percezione della realtà, alla fiducia nelle istituzioni e alla coesione sociale. È una guerra silenziosa, sottovalutata, che sfrutta anche i moderni strumenti di comunicazione, come i social media, per diffondere materiale che appare reale ma, in realtà, artificiale e manipolato, con lo scopo di influenzare le nostre capacità decisionali facendo leva anche sui cosiddetti bias cognitivi. La risposta non può essere solo militare. È una sfida di resilienza che riguarda la democrazia e i nostri stessi valori come Nazione».
Di fronte alla competizione crescente tra Stati Uniti, Cina e Russia, come può l’Europa rafforzare la propria autonomia strategica senza fratture interne?
«L’Europa si sta risvegliando dopo un lungo sonno dogmatico. Autonomia significa assumersi la responsabilità del proprio futuro, agire come player globale, ridurre le frammentazioni interne e rafforzare la deterrenza. Servono investimenti in difesa e sicurezza e una visione comune e lungimirante. Abbiamo le potenzialità, ora dobbiamo tradurle in azione concreta a beneficio della sicurezza dell’Alleanza. Guardando all’Asia e all’Africa, non si garantisce stabilità con le sole dichiarazioni, servono capacità e volontà di agire. L’Italia sostiene da tempo che il Fianco Sud sia un fronte strategico. Il Piano Mattei va esattamente in questa direzione».
