Alla fine di dicembre del 1943, Roma era sotto occupazione tedesca da più di tre mesi. Dopo l’8 settembre, i soldati della Wehrmacht si erano fatti conoscere, e odiare, dai romani per i modi brutali e autoritari con i quali spadroneggiavano per le vie della città. Il 26 settembre, Herbert Kappler, tenente-colonnello delle SS e comandante della Gestapo di Roma, convocò a Villa Wolkonsky i capi della comunità ebraica intimando loro che, se entro 48 ore non avessero depositato 50 chilogrammi d’oro nelle casse del Reich, 200 ebrei sarebbero stati deportati in Germania. Nonostante la scarsità di tempo a disposizione l’oro fu trovato, ma Kappler non mantenne la parola data e portò ugualmente avanti il suo piano: deportare gli ebrei di Roma nei lager nazisti. Per evitare ogni possibile ostacolo, il tenente-colonnello delle SS agì preventivamente e, il 7 ottobre, ordinò il disarmo e la deportazione di oltre 2.000 carabinieri presenti nella Capitale.
Nove giorni dopo, sabato 16 ottobre (tristemente passato alla storia come “Sabato nero”), dalle cinque e mezza del mattino fino al primo pomeriggio, reparti militari tedeschi passarono al setaccio le abitazioni del ghetto per prelevare tutti gli ebrei presenti. Non ci fu pietà. Uomini, donne, vecchi, bambini, perfino gli infermi, furono catturati e costretti a salire su camionette dirette alla stazione di Roma-Tiburtino; una volta arrivati ai treni, i prigionieri furono stipati in vagoni bestiame. La maggior parte di essi fu destinata in Polonia e smistata poi in uno degli oltre quaranta campi di sterminio che componevano il campo di concentramento di Auschwitz. La misura era colma. Molti romani erano rassegnati, molti altri invece erano decisi a combattere fino alla fine contro l’occupante tedesco.
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, gruppi di giovani desiderosi di libertà e carichi di coraggio crearono delle formazioni partigiane note come GAP (Gruppi di Azione Patriottica). A Roma il loro ideatore e organizzatore fu Antonello Trombadori. La città venne divisa in otto zone, ognuna di esse ebbe il suo GAP. Questi ultimi altro non erano che gruppetti di quattro o cinque tra ragazzi e ragazze, poco più che adolescenti, pronti a tutto pur di liberare la città dai nazisti. I primi furono i GAP centrali strutturati in due reti: quella diretta da Carlo Salinari e divisa a sua volta nei GAP “Antonio Gramsci”, guidato da Mario Fiorentini, e “Carlo Pisacane”, guidato da Rosario Bentivegna; e quella diretta da Franco Calamandrei composta dai GAP “Sozzi” e “Garibaldi”.
Quando Trombadori venne a sapere che Sandro Pertini e Giuseppe Saragat erano stati arrestati e imprigionati nel carcere di Regina Coeli, convocò Mario Fiorentini per informarlo dell’accaduto. Il capo dei GAP romani voleva che arrivasse chiaro il segnale ai due leader antifascisti, ma anche a tutti gli altri compagni caduti nelle mani dei tedeschi, che non erano stati abbandonati al loro destino. Fiorentini recepì il messaggio e prese tempo per decidere con altri compagni come sarebbe stato opportuno procedere. Qualche giorno dopo incontrò nuovamente Trombadori per esporgli il piano: l’azione sarebbe stata condotta soltanto da Mario che, dopo essersi procurato uno spezzone (una sorta di bomba a mano modificata) ripieno di tritolo, avrebbe dovuto lanciarlo dal tratto del cavalcavia che dal Lungotevere costeggia via della Lungara sui soldati tedeschi intenti a fare il cambio della guardia. Trombadori trasecolò. Ci pensò un attimo e poi disse che l’idea di andare da solo era una follia. Fiorentini rispose che era l’unica soluzione: nella peggiore delle ipotesi sarebbe morto solo lui; se invece avessero agito in sette, come inizialmente proposto, e fossero stati catturati, i GAP sarebbero stati decimati dando un colpo durissimo alla lotta di Liberazione nella Capitale. Antonello capì le motivazioni di Mario, ne condivise le preoccupazioni e, infine, autorizzò l’impresa.
Così, il 28 dicembre, Fiorentini, intorno a mezzogiorno, inforcò la sua bicicletta e si diresse verso Regina Coeli. Giunto all’altezza dell’entrata del carcere, scese dalla bici e si appostò per osservare i movimenti dei tedeschi. Quando vide arrivare la camionetta con a bordo le SS giunte per dare il cambio agli altri soldati, Mario prese lo spezzone, lo lanciò, e scappò via. Un enorme boato fu udito fin dall’altra parte del Tevere. Alcuni militari tedeschi si affacciarono dalle finestre del carcere e, vedendo un uomo scappare di corsa in sella a una bici, iniziarono a sparargli contro. Mario percorse a zig-zag ponte Mazzini pedalando a folle velocità mentre il sibilo delle pallottole lo avvertiva che i proiettili stavano passando a pochi centimetri da lui. Nella fuga riuscì fortunosamente a superare e a farsi scudo con una carrozza del tram che in quel momento stava attraversando il ponte. Arrivato dall’altra parte del fiume, continuò la sua folle corsa attraverso i vicoli della Città Eterna. Giunto davanti alla libreria di Fernando Bertoni, ex comandante della Quarta Zona, lasciò la bici e vi entrò per nascondersi, bianco in viso, tremante, desideroso di bere un bicchiere d’acqua. L’amico, pur intuendo il pericolo, lo accontentò senza fare domande. Mario era salvo.
La sua missione, riuscita, segnò un punto di svolta nella lotta contro l’invasore. Quell’attacco dimostrò ai ragazzi dei GAP che i tedeschi non erano invincibili e che il nemico, anche il più temibile, poteva essere colpito e sconfitto. Questo episodio resta fondamentale nella storia della Resistenza ed è, ancora oggi, esempio di coraggio e speranza per chi è costretto a lottare per la libertà.
