Il dibattito sul cosiddetto “caporalato” è tornato a occupare spazi rilevanti nel discorso pubblico. Ma continuare a usare questa parola – evocativa, certo, ma circoscritta storicamente e semanticamente al settore agricolo – rischia di distorcere la realtà e limitare le soluzioni. Oggi lo sfruttamento del lavoro non si esaurisce nelle campagne: attraversa industria, logistica, servizi, commercio. Parliamo, più correttamente, di lavoro illecito. Ridurre il fenomeno alla sola interposizione illecita significa ignorare la sua trasformazione.
La frontiera odierna è la tutela effettiva della dignità e del compenso: salario sufficiente, adeguato, equo. Non a caso, l’ordinamento – anche attraverso la recente delega sul salario minimo – individua come parametro di riferimento il contratto collettivo “più applicato” nel settore, non necessariamente quello firmato dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”. L’articolo 36 della Costituzione non menziona la rappresentanza sindacale: pone, invece, l’accento sulla giusta retribuzione. In un Paese che rischia ricorrenti “eccessi regolatori”, la risposta non è aggiungere nuovi strati di norme, ma rafforzare quelle che abbiamo, rendendole effettive e coerenti. È in questa logica che si comprende il ruolo dell’articolo 603-bis del codice penale: una norma che, legando il disagio economico all’approfittamento del datore, ha costruito un ponte tra tutela lavoristica e repressione penale. Strumento perfettibile, certo, ma con una sua identità solida.
L’altra grande leva è la filiera. L’Europa chiede responsabilità sociale lungo le catene del valore. Parlare di due diligence significa garantire condizioni dignitose anche negli appalti leciti. Tuttavia, serve equilibrio: responsabilizzare il committente non può trasformarsi in un meccanismo punitivo automatico per chi adotta presidi virtuosi. La responsabilità solidale, che ha avuto il merito di far emergere zone d’ombra, va calibrata: deve premiare chi controlla, non disincentivare chi produce in Italia rispettando regole e investendo in legalità.
C’è poi una tensione normativa da sciogliere: da un lato si chiede alle imprese di vigilare sulla filiera; dall’altro si vieta loro di ingerirsi nella gestione dell’appaltatore. Serve chiarezza: una via italiana alla due diligence che consenta verifiche puntuali, trasparenza contrattuale, tracciabilità dei trattamenti economici e delle condizioni di lavoro. Il lavoro illecito non si combatte evocando etichette del passato, ma con un moderno equilibrio tra garanzie e libertà economica. Norme chiare, controlli intelligenti, sanzioni severe per chi sfrutta davvero, tutela per chi investe nel lavoro buono. Perché la dignità non si delega, e la legalità, in un mercato aperto, è una scelta di civiltà ma anche di competitività.
