Il rapporto dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) pubblicato nell’agosto 2025 conferma ciò che da tempo emerge in modo frammentato: le azioni di sabotaggio russe contro le infrastrutture critiche europee non sono incidenti isolati, ma parte di una strategia coerente e continuativa di guerra ibrida. Dall’energia ai trasporti, dal digitale alla logistica, l’Europa è diventata un teatro operativo permanente, seppur a bassa intensità.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha progressivamente compensato l’indebolimento delle proprie capacità convenzionali con strumenti asimmetrici e a basso costo. Il sabotaggio rientra pienamente in questa logica: colpisce la resilienza europea, alimenta insicurezza, frammenta il consenso politico e mira indirettamente a ridurre il sostegno a Kyiv. Restare sotto la soglia del conflitto armato diretto consente a Mosca di massimizzare l’impatto limitando i rischi.

Dalla presenza fisica alla “gig economy” del sabotaggio

Le espulsioni di funzionari e agenti russi dai Paesi Nato hanno ridotto la capacità operativa tradizionale dei Servizi di intelligence di Mosca. La risposta è stata l’adozione di un modello decentralizzato, basato sull’ingaggio di individui o micro-gruppi non professionali, motivati da piccoli compensi. Questo approccio aumenta la flessibilità, riduce l’attribuibilità politica e rende la deterrenza molto più complessa.

Numeri e casi: l’escalation silenziosa

Secondo l’IISS, tra il 2023 e il 2024 i sabotaggi confermati sono aumentati del 246%. Dalle esplosioni nei centri logistici europei agli incendi in stabilimenti industriali legati alla Difesa, fino agli attacchi ferroviari e ai danni alle infrastrutture sottomarine nel Baltico, emerge un quadro di pressione costante e multiforme. Il dominio marittimo, in particolare, si conferma un punto critico per l’Europa.

Perché l’Europa è vulnerabile

Il nodo centrale è l’asimmetria strutturale: basso costo per l’attacco, altissimo costo per la difesa. Sorvegliare reti estese, interconnesse e spesso gestite da operatori diversi richiede risorse enormi. Al contrario, un sabotaggio può essere eseguito con mezzi rudimentali e competenze limitate. È qui che l’Unione mostra un deficit non solo operativo, ma anche di governance.

Limiti della risposta europea

Ue e Nato hanno riconosciuto la minaccia e avviato iniziative di contrasto, ma l’approccio resta prevalentemente reattivo e difensivo. Le democrazie liberali operano nel rispetto di regole, trasparenza e attribuzione giuridica, mentre Mosca agisce in un quadro di ambiguità deliberata. Questo squilibrio normativo è oggi uno dei principali vantaggi strategici del Cremlino.

Tra deterrenza e cooperazione: il bivio strategico

Il dibattito su risposte più assertive, inclusa la possibilità di azioni preventive considerate difensive, segnala un cambio di paradigma ancora incompiuto. Senza un coordinamento europeo più forte, basato su condivisione di intelligence, standard comuni e investimenti nella resilienza civile, il rischio è normalizzare il sabotaggio come strumento di politica estera russa.

Una sfida europea, non solo di sicurezza

La guerra ibrida contro le infrastrutture critiche non riguarda solo la difesa, ma il funzionamento stesso dello Stato e del mercato. Per un’Europa liberale e progressista, la risposta non può essere la rinuncia ai propri valori, ma il rafforzamento della capacità collettiva di prevenzione, reazione e deterrenza. Accettare l’attuale vulnerabilità significherebbe pagare, nel tempo, un prezzo strategico molto più alto.