Trump: "Chi non aiuta si prenda petrolio da solo"
Le due guerre parallele in Medio Oriente: gli attacchi di Usa e Israele contro il regime e la sfida dell’Iran all’economia globale
Non sembra che vi sia un modo per porre fine alla guerra. A Islamabad il dialogo di Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto con la Repubblica islamica non è nemmeno iniziato. E intanto la Cina si fa avanti e propone con il Pakistan un piano in cinque punti per ripristinare la stabilità in Medio Oriente. Le rispettive posizioni sono troppo distanti. Usa e Iran hanno fissato le loro linee rosse non negoziabili che riguardano i missili, l’arricchimento nucleare e il controllo dello Stretto di Hormuz e su questo non vi è alcun passo avanti.
Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha criticato gli alleati di Washington per la loro riluttanza a unirsi agli sforzi per aprire lo Stretto di Hormuz, dopo che Spagna e Italia avrebbero negato l’accesso alle basi per gli aerei militari statunitensi da impiegare nella guerra contro l’Iran. All’interno dell’amministrazione americana vi è molto pessimismo per la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione commerciale e l’indifferenza degli alleati ha spinto il segretario di Stato americano Marco Rubio ad esprimere dubbi sul futuro impegno di Washington nell’alleanza NATO dal momento che i suoi paesi si rifiutano di consentire l’utilizzo delle basi militari per supportare la guerra in Iran guidata da Stati Uniti e Israele.
Intanto i bombardamenti pesanti di Usa e Israele proseguono senza sosta contro i principali asset della difesa iraniana. Ieri gli Stati Uniti hanno colpito un deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da 2 mila libbre e Trump ha postato il video dell’incendio che vi si è sprigionato sul suo account. Il conflitto si snoda in due guerre parallele. Una è la campagna senza sosta costituita da attacchi aerei americani e israeliani contro il regime iraniano e l’altra è la guerra dell’Iran all’economia globale. Teheran sa che non può evitare i bombardamenti e gli Usa sanno che non vi è alcun modo per riaprire lo Stretto di Hormuz se non con una rischiosissima e difficilissima operazione di terra.
L’Iran conduce la sua guerra energetica per indurre l’America a fermare la sua guerra aerea e a scoraggiarla dal lanciarne un’altra, quando un giorno sarà terminato il conflitto. Finché la stretta via d’acqua di soli 54 km essenziale per i flussi energetici e commerciali diretti verso Asia, Europa e Stati Uniti è bloccata, Donald Trump non potrà dichiarare vittoria. Ma intanto l’Iran ha spinto i Paesi Arabi ad allinearsi. I prezzi del petrolio e del gas naturale, già alti, sono aumentati ulteriormente con l’intensificarsi dei bombardamenti sugli impianti energetici, e anche il costo dei fertilizzanti d’elio, vitali nella produzione di semiconduttori, è aumentato alle stelle. L’Iran ha incoraggiato gli Houthi, loro alleati in Yemen, a riprendere la loro campagna contro la navigazione. Il gruppo aveva già in gran parte interrotto il traffico attraverso il Mar Rosso nel 2024 lanciando missili contro le navi in transito come segno di sostegno ai palestinesi a Gaza. Anche un singolo attacco di questo tipo ora probabilmente basterebbe a far andare in panico i mercati.
L’Iran ha ancora un incentivo a giocare duro finché non riterrà che Trump e l’economia globale abbiano subito abbastanza danni da garantire la sostenibilità di un accordo. La guerra ha frammentato il regime di Teheran, complicandone la capacità di prendere decisioni e coordinare attacchi di rappresaglia su larga scala. Gran parte dei leader iraniani e dei loro vice sono stati uccisi. I sopravvissuti hanno difficoltà a comunicare e non riescono a incontrarsi di persona per timore che le loro chiamate vengano intercettate dagli Stati Uniti o da Israele e che diventino bersaglio di un attacco aereo. Ora i pasdaran credono di avere tutte le carte in mano. Si rifiutano di scendere a compromessi sull’arricchimento dell’uranio o sui missili balistici, e addirittura alcuni si oppongono a qualsiasi tipo di negoziato.
Le Guardie rivoluzionarie, i veri e soli decisori del regime, ritengono di non avere fretta, aspettano perché sanno che i prezzi del petrolio metteranno sotto pressione gli Usa. Pensano che convenga passare dalla guerra calda alla guerra fredda con l’Occidente perché il conflitto con Usa e Israele è uno dei pilastri fondamentali della rivoluzione khomeinista che si vuole esportare. Sembrano rispondere a un preciso piano: subire colpi, ma mantenere comunque una capacità cinetica sufficiente a minacciare lo Stretto e anche a intensificare le ostilità se gli Stati Uniti decidessero di farlo. È aumentato il desiderio dell’Iran di proiettare la propria potenza oltre i suoi confini; in altre parole, di esercitare un’efficace deterrenza strategica, e ora sembra aver trovato una nuova possibile via per la deterrenza strategica, ovvero il controllo dello Stretto di Hormuz. Lo status quo nel Golfo non sarà più lo stesso. Gli iraniani hanno dimostrato che, con una tecnologia primitiva, possono ostruire le vie di comunicazione cruciali per il commercio marittimo e per il commercio globale.
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